JOACHIM BOUFLET.
...
.
...
IL DIARIO SEGRETO DI LUCREZIA BORGIA.
...
.
...
Parte 3.
...
.
...
Titolo originale: Lucrce Borgia.
Traduzione di: Paola Carbonara.
2008. Newton Compton Editori, ROMA.
ISBN 978-88-541-2753-1.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Capitolo 28.
...
Il marito.
...
(Diario, 31 maggio 1519.)
Fu quando arrivai a Gubbio, il 16 gennaio 1502, che sentii per la prima
volta la sensazione di avere lasciato per sempre Roma. Dalla partenza,
dieci giorni prima, mi sforzavo di fare mia questa nuova realt, ma rimaneva
astratta, inafferrabile. Troppe persone mi accompagnavano e
circondavano, volti famigliari da molto tempo, e la nuova abitudine di
ritrovarmi ogni mattina a cavalcare assieme ai due giovani cognati d'Este
- l'affascinante Ferrante e il dolce e devoto Sigismondo - e al loro
seguito, alimentava l'impressione che non fosse cambiato nulla, soprattutto
visto che le serate che si svolgevano durante le soste nelle dimore
messeci a disposizione somigliavano in tutto e per tutto a quelle di Santa
Maria in Portico. Cenavano in gruppetti davanti a camini accesi con
belle fiamme in nostro onore, il cibo era eccellente, i vini di qualit. C'erano
balli e musica, e il mio suonatore di liuto, Niccol da Padova, ci
deliziava con alcuni brani, o a volte accompagnava con la voce e il suo
strumento il canto di Angela Borgia, il cui timbro era di una precisione
e purezza notevoli. Con Adriana, replicavamo, o meglio pizzicavamo la
chitarra cantando qualche poesia d'amore valenziana, altre dame cercavano
di interpretare un'ode o una frottola, organizzavamo concorsi. E
poi c'erano le facezie dei buffoni, i discorsi galanti o spirituali. Se non
era troppo tardi, amavo giocare a scacchi e spesso la partita proseguiva
il giorno successivo. Non sentivo affatto l'assenza di mio padre e dei
miei fratelli, e il tempo scorreva piacevolmente. Il cuore per mi si stringeva
al ricordo del piccolo Rodrigo e mi capitava spesso di addormentarmi
tra le lacrime.
In aggiunta alla corte nuziale, ci scortava un distaccamento delle genti
d'armi di Cesare, che avrebbero preparato a Ferrara l'arrivo della moglie
Carlotta d'Albret. Pretesto avanzato per rinforzare la nostra truppa e dissuadere
i briganti di strada, ci intimidiva anche il popolo e palesava a
tutti l'onnipotenza del Valentino. Queste persone non andavano molto
d'accordo tra loro: gli spagnoli di mio fratello a volte avanzavano singolari
pretese rispetto al punto d'onore, i romani e i ferraresi si coalizzavano
contro i primi quando non litigavano tra loro, e spesso intervenni per
placare gli animi che si erano scaldati. Nei primi giorni alcuni signori
corteggiarono assai insistentemente le mie dame. Raccomandai loro di
essere sagge e prendere a esempio Caterinella, che il prete qualificava
come accorta e virtuosa, l'animale raro pi conturbante che si fosse mai
visto: la spia di Isabella si era aggiunto alla truppa e non mancava di informarla
quotidianamente. Credeva, da uomo abile ed esperto nella sua
arte, di essersi ingraziato le mie dame di compagnia affascinandole con il
suo reale talento di narratore. Ignorava che, avendolo smascherato gi da
molto tempo, eravamo estremamente attente a fornirgli come argomento
per i rapporti che inviava alla sua signora solo i fatti che pi elogiavano
me e le mie genti. Ho sempre odiato gli spioni, ne sono stata circondata
per tutta la vita, finendo con l'abituarmici, senza che ci abbia mai condizionato
il mio modo di vivere.
...
Dopo cinque giorni di viaggio, rallentati dalle intemperie, raggiungemmo
le alture di Narni dai boschetti scintillanti di brina, poi seguimmo
il corso del Nera fino ai confini di Terni, prima di risalire verso Spoleto.
Ritrovai, trasfigurati nella purezza dell'aria invernale, i paesaggi
amati che avevo l'impressione conservassero la presenza, invisibile ma
assai reale, di Alfonso: negli ultimi mesi dell'estate 1499, avevamo fatto
insieme lunghe cavalcate in queste valli tranquille, seguendo al passo il
corso di ruscelli oggi resi splendenti dal ghiaccio, ci eravamo fermati
nelle radure silenziose che ci piaceva immaginare fossero state scoperte
per la prima volta da noi. I ricordi tornavano e una gioia profonda mi
cullava il cuore, appena velata dal dolore sereno di saperlo altrove, ad
aspettarmi dovunque fosse. Mia cugina Angela Borgia mi rest accanto,
cercando di adeguare il passo della sua mula a quello della mia. La ringraziai
di questa delicatezza, era sorpresa che riuscissi a sorridere. Non
appena arrivammo a Spoleto, scoppi una rissa tra un servitore di Sigismondo
e lo scudiero di un signore romano, per alcuni tordi che entrambi
sostenevano di avere catturato. Ristabilii la pace, suggerendo
loro di omaggiarmene, considerandoli un dono di entrambi, cosa di cui
mi furono grati. La municipalit di Spoleto aveva mandato ad accoglierci
una delegazione formata da molte persone. Le testimonianze d'amore
e fedelt rivoltemi da questa pacifica citt mi emozionarono, ascoltai
con piacere i complimenti di un bellissimo bambino vestito da angelo e,
dopo avere autorizzato la mia scorta a raggiungere le proprie sistemazioni
per la notte, rimasi con gli abitanti che si rallegrarono nel vedermi
assieme a loro: in diverse case avevano predisposto delle stanze riscaldate
con tavole imbandite per il mio seguito. La municipalit aveva voluto
alloggiarmi nei miei vecchi appartamenti della Rocca, le cui stanze erano
state tappezzate e munite di tende con i colori che preferivo. Trascorsi
la serata a fare visita alle famiglie della citt, per cui cenammo
molto tardi e non ci furono balli. Proprio come avevo sperato, desiderosa
di rimanere sola con i miei ricordi.
Sentivo che quel tempo doveva essere consacrato ad Alfonso. Ora non
piangevo pi, consolandomi nel ricordarlo. Era come se finalmente mi
fossi resa conto che era andato via, capivo finalmente che non era pi l,
che mai pi ci sarebbe stato, e che ormai i miei occhi avrebbero contemplato
solo paesaggi senza splendore, perch il sole che dava loro un senso
e la bellezza era svanito. Solo il nostro amore sopravvive intatto, immarcescibile,
e dipendeva solo da me far s che nulla lo offuscasse, e che
non si trasformasse in un sudario dalle pieghe irrigidite dall'amarezza. E
seppi anche che, se la mia anima era tormentata, il corpo agitato o minacciato,
i nostri sentimenti sarebbero comunque rimasti intatti, come
nello splendido istante del primo abbraccio - quando capii che, lungi dal
respingere il mio corpo, lo avrebbe accolto e che sarebbe stato l'unico a
poterlo fare -, e anche dell'ultimo. Al di l della disperazione permaneva
la felicit di averlo nel cuore. Capii che potevo essere, con il medesimo
slancio, la pi infelice o la pi felice delle donne. La pi felice. Mi accorsi
che piangevo, immobile, le lacrime sgorgavano dagli occhi senza che lo
sentissi, eccesso dell'infrangibile amore che trasfigurava la mia vita. Certo,
era morto. Morto, lui era morto! E sentivo la mia stessa vita scorrere
nella sua, il mio cuore sciogliersi goccia a goccia nel sangue delle sue ferite,
e allo stesso tempo riviverne, riceverne gioia e pace, niente poteva
separarci perch eravamo un tutt'uno. Vivo o morto, non era questo il
punto, dal momento che accettavo di essere viva o morta, indifferentemente.
...
L'indomani sera eravamo a Foligno e io alloggiai nel Palazzo Trinci, dove
il legato del papa ci delizi con feste straordinarie che si conclusero
con un grande ballo:
Abbiamo aperto le danze ieri, io e lei, non l'avevo mai vista cos bella. I suoi
capelli erano pi dorati del solito. Pare che sia necessario lavarli sovente per
preservare il colore di questo biondo straordinario. Nel vestito di velluto nero,
si rivel ancora pi esile, pi carina. Portava sul capo un berretto d'oro, che si
distingueva appena dall'oro dei suoi capelli. Sulla fronte brillava un enorme zaffiro
che si abbinava agli occhi. I suoi nani spagnoli sono creature assai divertenti.
Ballano contemporaneamente a lei, la seguono dappertutto, attirando cos
ancor di pi l'attenzione sulla sua bellezza. Sono vanitosi e amano indossare ricchi
vestiti abbinati a quelli della loro signora. Si concedono gesti osceni e scherzi
villani, perfino su di lei, cosa che non sciocca nessuno. Le maniere di Roma
non assomigliano affatto a quelle di Mantova. Che diresti tu se i tuoi nani ti tormentassero
con i loro scherzi, e lo facessero perfino nella sala da ballo? Madonna
Lucrezia accetta tali burle con buon umore. Del resto sembra pi gioiosa da
quando abbiamo lasciato Spoleto, dove sembrava imbronciata.
Ho copiato qui una lettera che mio cognato Ferrante invi allora alla
sorella Isabella, e che Francesco Gonzaga prese alla moglie: nella foga
della passione che nutriva per me, la conservava nel suo abito, appoggiata
al cuore, e me la rese in occasione di uno del nostro ultimo incontro.
A Foligno ci accolsero tutti meravigliosamente bene, vi ricevetti testimonianze
di fedelt pi che in qualsiasi altra citt, eccetto Spoleto. Ripartimmo
l'indomani, dopo che l'ebbi visitata e dopo avere ammirato,
grazie al legato, i libri preziosi conservati nel palazzo municipale. Esiste a
Foligno una bella tipografia, dalla quale sono usciti, cinquanta anni or
sono, l'opera De bello italico adversus Gothos dell'Aretino, e una ragguardevole
edizione in lingua volgare della Divina Commedia di Dante.
A Gualdo Tadino, alloggiai nella Rocca Flea, ultima fortezza prima del
territorio in mano al duca di Urbino. Fu l che il cardinale di Cosenza
prese congedo per far rientro a Roma, e non riuscii a trattenere le lacrime
al momento della separazione. Amavo molto questo cugino, al quale avevo
dunque affidato la tutela dei miei figli. L'ultimo legame che mi teneva
unita al piccolo Rodrigo si rompeva. Era tempo ormai, se ci
non era ancora avvenuto, di voltare per sempre le spalle alla Citt, e rivolgere lo
sguardo solo verso Ferrara. Non era una cosa semplice, poich mio padre
esigeva di avere mie notizie quasi tutti i giorni, e pretendeva che gli
scrivessi tutto. Ma la distanza che sempre pi si ampliava tra di noi mi
consentiva di affrancarmi da tale obbligo e, allo stesso tempo, di disfare
impercettibilmente i legami che si era dato tanto pena di costruire, di
spezzare la tela che aveva tessuto con grande tenacit per imprigionarmi.
Quando stavamo per arrivare a Gubbio, vedemmo venirci incontro un
corteo che scendeva, scuro e silenzioso, dalle colline innevate da dove si
innalza la citt. Ci fermammo. Circondata dai miei cognati, andai alla testa
delle nostre genti. Poi, immobili sui cavalli che con gli zoccoli grattavano
la terra gelata e scuotevano il capo dall'alto in basso, mentre il loro
alito si alzava sotto forma di vapore nell'aria gelida, aspettammo senza
dire una parola incappucciati nelle nostre pellicce. A gittata d'arco, l'altra
truppa si ferm, se ne staccarono due cavalieri dalle lunghe cappe,
con indosso grandi cappelli dai bordi rialzati sulla fronte. Ben presto vedemmo
che erano donne, interamente vestite di nero. Non appena ci
raggiunsero, scesero da cavallo, una con grazia ed eleganza, l'altra meno
agevolmente. Facemmo lo stesso. Allora, sorridente, Elisabetta Gonzaga,
duchessa di Urbino, avanz verso di me dandomi il benvenuto. Le presi
le mani, la ringraziai e ci abbracciammo, poi Ferrante e Sigismondo la salutarono,
scambiando le medesime cortesie con la dama che l'accompagnava,
la cognata e amica madonna Emilia Pio, vedova di un
Montefeltro. Se  vero che tutti si mostrarono assai amabili, Castellini esager
quando scrisse al duca Ercole: Le loro Signorie si abbracciarono con
grandissime dimostrazioni reciproche.
Come sarebbe stato possibile, dopo le ingiurie con cui mio padre aveva
coperto il marito di Elisabetta, obbligandolo a mettersi sotto il comando
di mio fratello Giovanni nella disastrosa spedizione contro gli Orsini, per
poi abbandonarlo nelle mani del nemico e rifiutando di pagarne il riscatto?
Lei non poteva che odiare i Borgia, e se si era offerta di accogliermi
nelle sue terre, e poi accompagnarmi a Ferrara, era solo per guadagnarsi
la benevolenza di mio padre e di Cesare nella speranza che questi non
avrebbe marciato un giorno contro il ducato di Urbino.
Sorella di Francesco Gonzaga, non gli assomigliava in nulla: alta e snella,
il viso allungato, le labbra sottili smentivano l'apparente benevolenza
dei profondi occhi di un castano dolce che sembra sfiorassero
cose e persone senza mai posarvisi. Era vestita di nero, cosa che la slanciava ulteriormente,
e metteva in risalto le bellissime mani. L'amica Emilia Pio era
tutta rotondit, aveva piccoli occhi penetranti che sembravano immersi
in un volto lunare e camuso, grosse mani dalle dita tozze, una bocca dalle
labbra molli; ascoltava tutto senza che nessuno se ne accorgesse, e parlava
pochissimo. Provai per lei un'insormontabile avversione. Credo che
se ne accorse, nonostante i miei sforzi per mostrarmi civile.
Le genti della duchessa di Urbino ci guidarono fino al palazzo di Gubbio,
costruito di recente, ed Elisabetta mi augur la buonanotte dovendomi
lasciare per rientrare con il suo seguito in una villa situata fuori le
mura poich, disse, voleva lasciarmi la signoria del territorio. La ringraziai
affettuosamente per le sue premure, assai felice di aver trovato
un'accoglienza tanto cortese. La serata trascorse tranquilla nei saloni
splendidamente illuminati nei cui camini di marmo scolpito erano stati
accesi dei grandi fuochi; intendenti e servitori si affrettavano, solerti a
ogni nostro minimo desiderio, e cenammo con piatti delicati, preparati
per noi in abbondanza. Essendo affaticata per il viaggio, non prolungai
molto la serata e mi ritirai nella mia stanza.
...
L'indomani avanzavamo a fatica sotto la neve che cadeva copiosa. Avevo
invitato Elisabetta a prendere posto accanto a me nella lettiga alla
francese fornitami da mio padre. L, nel morbido tepore dei tappeti e dei
cuscini, imparammo a conoscerci un po'. Ma lei, per quanto si mostrasse
gentile, restava assai riservata e ci mi trattenne dall'abbandonarmi a una
conversazione intima, e soprattutto alle confidenze. Tuttavia il suo discorso
era piacevole e quando toccavamo argomenti a lei cari, il viso si
animava, la voce diventava calda, ed era capace di parlarne a lungo con
foga e perspicacit: in quei momenti era un vero piacere ascoltarla. Donna
dalla vasta cultura e dotata di un animo curioso verso tutto, non nascondeva
la sua soddisfazione nel parlarmi del suo giovane protetto, Raffaello
Sanzio, un pittore pari a Leonardo da Vinci, secondo lei, e nel nominare
il comune amico Vincenzo Calmeta. Cos il tragitto fino alla fortezza
di Cagli, che raggiungemmo la sera, ci sembr meno lungo. Si tratta
di una citt austera, i cui abitanti ci accolsero con grandi dimostrazioni
di benvenuto. L'indomani sera arrivammo a Urbino. Quando ci
trovavamo a un miglio dalle porte della citt, Guidobaldo di Montefeltro, duca
di Urbino, ci venne incontro a cavallo di un superbo stallone baio ingualdrappato
con studiata semplicit. Avendolo gi visto in precedenza a
Roma, lo trovai invecchiato e stanco, ma sempre galante: aveva apparentemente
messo da parte ogni risentimento contro di noi - a meno che
non ne avesse mai nutrito verso la mia persona - e, da perfetto gentiluomo,
insist per scortarmi: siccome un pallido sole aveva fatto capolino
dopo la neve, io ed Elisabetta avevamo ripreso con piacere i nostri cavalli,essendo entrambe buone cavallerizze. Soprattutto perch avevamo
esaurito gli argomenti di conversazione anodini e non avevamo intenzione
di spingerci oltre. Circondati dai miei cognati e cugini d'Este, dalle
dame e dal seguito, facemmo il nostro ingresso in questa incomparabile
citt, dove si trovano i pi bei giardini del mondo, e il cui palazzo ducale
 una meraviglia di eleganza e armonia. Le vie, imbandierate di broccati
colorati e di stendardi con gli stemmi degli Este e dei Borgia, erano talmente
piene di gente che avanzavamo a fatica sotto la pioggia di fiori e
nastri che le persone ci lanciavano dai tetti dove erano salite. Per pi di
un'ora fu un continuo di acclamazioni e grida di gioia, squilli di trombe,
evviva e concerti di campane. Il ricevimento al palazzo fu pari al tripudio
generale: il duca e la duchessa ci misero a disposizione la loro splendida
dimora andando ad alloggiare nel vicino palazzo di Urbania ma, nei due
giorni in cui fummo loro ospiti, ebbero la premura di farci assaporare i
piaceri della corte, una delle pi civili e spirituali d'Italia, dove ognuno
manteneva un comportamento libero e onesto, uomini e donne potevano
parlare, sedersi, ridere, conversare e scherzare con chi volevano. Stavamo
in vasti saloni dai pavimenti in marmo, soffitti decorati, ampie finestre
ornate di delicate cornici. Alloggiai negli appartamenti di Elisabetta
e del marito, dotati di tre logge sistemate ad arte: erano pieni di statue
antiche e di opere di Piero della Francesca, Paolo Uccello e del giovane
Raffaello che attiravano lo sguardo suscitando una meraviglia sempre
rinnovata. Su tavole e credenze erano disposti preziosi strumenti musicalidi legno rarissimo, manoscritti rilegati con fermagli d'oro e d'argento,
libri stampati dal celebre Aldo Manuzio di Venezia. Trascorsi due giorni
da favola in questo luogo che la civilt degli abitanti, la musica e le conversazioni
ora leggere ora spirituali, trasformavano in una casa il cui nome
appropriato sarebbe stato locanda della gioia.
 con rammarico che andai via il 20 gennaio, malgrado le
nuvole pesanti che si erano alzate durante la notte,
minacciando pioggia e forse neve.
Dovevamo raggiungere Pesaro ed Elisabetta mi accompagn, lasciando il
marito nei loro stati. A causa del cattivo tempo ci sistemammo nella lettiga.
Mi chiese discretamente del piccolo Rodrigo, e fui in grado di dirle che
avevo di recente ricevuto buone notizie su di lui dal cardinale Ippolito d'Este,
che mi aveva inviato un corriere per farmi portare tre braccialetti che
non erano finiti quando avevo lasciato Roma. La pregai di sceglierne uno,
assicurandole - ed era la verit - che gliene facevo dono con grande piacere.
Ne fu confusa e commossa, le dissi che il valore dell'oggetto non avrebbe
mai potuto ripagarla del piacere che mi aveva dato avendomi accolta
nel suo palazzo. Parlammo anche del marito, me lo descrisse come il pi
delicato e attento degli sposi. Era evidente che li univa un amore profondo,
e tra me e me deplorai che la sfortuna dei tempi ne avesse fatto la vittima
della fatuit di mio fratello e dell'orgoglio di mio padre: i rigori della
prigionia lo avevano reso semiparalitico, deformando uno dei corpi fatti
meglio al mondo, si diceva. Quel giorno, ci furono momenti in cui ci confidammo,
e la sera stessa scriveva alla comune cognata Isabella d'Este:
Madonna Lucrezia sembra uscire da una miniatura e possiede quello sfavillio
tipico degli esseri che hanno sofferto e dominato la loro sofferenza.
Felici indiscrezioni di Francesco Gonzaga attraverso le quali posso
rendere giustizia, anche se tardivamente, a una donna che si mostr nei
miei confronti piena di bont e di delicatezza. Per quanto si mostrasse
sempre altera, e nonostante fosse assai gelosa della propria gloria, le capitava
di intenerirsi, senza tuttavia abbandonare una riservatezza sotto la
quale, mi convinsi, nascondeva una ferita segreta. Forse quella di non
avere avuto figli.
Arrivammo a Pesaro a notte inoltrata, nonostante il freddo e la pioggia.
Ci non aveva dissuaso un gruppo di bambini vestiti di rosso e giallo, i colori
di Cesare, dal salutarmi agitando ramoscelli d'ulivo e gridando gioiosamente.
Mi fermai per accarezzarli, sorridente, e dare loro dolcetti di
marzapane e mandorle; poi raggiunsi in fretta il palazzo nel quale un tempo
ero stata sovrana della citt. Ritrovai senza piacere, ma anche senza apprensione,
i luoghi in cui avevo tanto sofferto a causa di Giovanni, in cui
avevo subito tante umiliazioni. Non mi mostrai in pubblico, adducendo il
pretesto della stanchezza, e subito ne informarono il duca Ercole:
Rimase costantemente nella sua stanza, o per dedicarsi alla cura del
viso o per una naturale inclinazione alla solitudine e al riposo.
In compenso, la sera successiva a Rimini, nel Palazzo Malatesta dove
alloggiavamo, diedi un ballo in onore di Elisabetta e del suo seguito, e
Ferrante lo raccont con dovizia di particolari alla sorella, descrivendo il
mio vestito di velluto nero ornato di frecce d'argento incrociate, con una
cintura di seta bianca, e un unico diamante nella retina di filo d'argento
tra i capelli. Spirito leggero e arruffone, il mio giovane cognato si divertiva
a provocare la gelosia della sorella, a mettere in agitazione gli animi, a
prendersi delle libert con le mie dame. Dicendo di avere saputo che il
capitano Caracciolo intendeva rapirmi a Rimini per vendicare il ratto
della moglie Dorotea da parte di Cesare, era riuscito a spaventarmi abbastanza
che chiamai alle armi gli abitanti della citt. Trascorremmo la
giornata nell'ansia fino al momento in cui venimmo a sapere che Caracciolo
non era affatto in zona. Lasciammo Rimini tranquillizzati, e il corteo
riprese la via Flaminia che, dritta e ben selciata,  una delle pi belle
strade d'Italia. La pioggia era cessata, lasciando il campo a banchi di
nebbia da cui sorgevano, nella luce di un sole pallido, i tronchi cupi dei
cipressi. Ci superavano o ci incrociavano altri convogli, o anche dei gruppi
di soldati, o contadini che guidavano carri trainati da asini. Avevamo
una buona andatura e in tre giorni raggiungemmo Imola, ultimo feudo
del Valentino: a Forl e a Faenza la magnificenza delle feste date in mio
onore e la festosit generale non riuscirono ad allontanare i miei pensieri
da Caterina Sforza e dal giovane Astorre Manfredi, e avevo fretta di lasciare
questi territori in cui l'invisibile presenza di mio fratello era troppo
viva. Ma gli ultimi giorni di viaggio erano stati spossanti, e quindi Elisabetta
e io decidemmo di riposare, e le nostre genti con noi, per una
giornata, nonostante il duca Ercole ci avesse fatto sapere che dovevamo
sbrigarci: gli invitati erano gi a Ferrara e voleva che io facessi la mia entrata
solenne il primo febbraio. Gli feci rispondere che speravo che la sua
benevolenza mi consentisse di ritardarla al 2 febbraio, festa della Purificazione,
in quanto era mia intenzione metterla sotto la protezione della
beata Vergine, alla quale ero molto devota. Lo concesse di malavoglia,
avendo ricevuto da Ferrara il seguente biglietto: Madonna Lucrezia
non vuole arrivare a Ferrara sfinita e sfatta, desidera lavarsi i capelli, cura
alla quale non si  dedicata negli ultimi otto giorni e che consente le
passino i mal di testa.
Che fosse per amore della Madonna o per la cura dei miei capelli, rimasi
a Imola un'intera giornata, e il nostro seguito fu ben felice
di potersi riposare. L'indomani, il 28 gennaio, arrivammo a Bologna. Il tiranno di
questa citt, Giovanni Bentivoglio, ci venne incontro preceduto dai
quattro figli: Annibale, l'erede, Antonio Galeazzo, protonotaro apostolico,
e i giovincelli Alessandro ed Ermes. Il corteo si sparpagli nei sobborghi,
nelle cui locande erano stati preparati gli alloggi, mentre Elisabetta,
gli Este e io fummo invitati a entrare nella citt con il nostro seguito;
risalimmo a cavallo la grande via fino alla torre degli Asinelli, e poi da
E fino al palazzo, attraverso via San Giacomo dove si era raggruppata
una folla variopinta che agitava tra le grida ramoscelli di ulivo e di alloro
infiocchettati di azzurro e argento per gli Este, di rosso e oro per me. In
alto alla scalinata, circondata da dame e signori vestiti con ricercatezza, ci
aspettava madonna Ginevra Sforza, moglie di Bentivoglio. Questa donna
alta e bella, dal portamento altero, somigliava alla cugina, la dama di Forl,
della quale aveva il coraggio e l'audacia propria delle virago della loro
casata. Essendo anche la zia del mio primo marito, ebbe la discrezione di
non ricordarlo e fu con me assai affettuosa.
Anche se di malavoglia, i Bentivoglio avevano sfoggiato in mio onore la
pompa magna, cos come fecero sapere a mio padre nella speranza di ingraziarsi
lui e soprattutto Cesare, che temevano si impadronisse dei loro
stati. Durante i due giorni che passammo in loro compagnia, mi coprirono
di attenzioni, alle quali risposi con estrema grazia, com'era nella mia
natura, non avendo alcuna intenzione di sforzarmi. Alla fina madonna
Ginevra e i suoi uomini - cos chiamava il marito e i figli - si dissero deliziati
della nostra visita. Mi fecero visitare la cattedrale e l'universit, di
cui andavano giustamente fieri, essendo la pi antica d'Europa e una delle
pi famose. Percorremmo le sale dei corsi, dove le donne erano autorizzate
a insegnare, e ci fermammo nella biblioteca, ricca di opere rare e
preziose. Ritrovai l, come a Urbino, la mia passione per i bei libri. Ci fu
anche un banchetto a Palazzo Bevilacqua, che i miei buffoni spagnoli rallegrarono
con tanta maestria che madonna Ginevra mi preg di ceder-
gliene subito due. Loro non acconsentirono e quindi potei solo prometterle
di farglieli arrivare da Valenza. Il 30 gennaio 1502 Annibale Bentivoglio
mi mise a disposizione la sua villa chiamata Domus Iocunditatis
- la casa della gioia - che si trova sulla strada per Ferrara. Uomo seducente
e di vasta cultura, era diventato mio parente avendo sposato madonna
Lucrezia d'Este, sorella del duca Ercole. Passai ancora una giornata
in questa dimora favolosa dove tutto sembrava illustrare il motto
iscritto a lettere d'oro nelle ghirlande di rose dipinte negli affreschi sulle
gallerie del cottile: Per amore accetto di soffrire. Queste parole mi toccavano
nel fondo dell'anima, riportandomi al ricordo di Alfonso: per
amore suo, avrei sofferto tutto.
...
La sera, Elisabetta e io decidemmo di andare a dormire presto, poich
l'indomani avremmo incontrato il duca Ercole e la sua corte e desideravamo
apparire al massimo della bellezza. Dopo cena, vennero accese le
candele negli appartamenti dove io e le mie dame ci ritirammo. Rimasero
in un salone con Adriana per fare un po' di musica mentre io, assieme
a Caterinella e le cugine Borgia, passai nell'anticamera. Mi tolsero la gonna
e sciolsero i capelli, e mi sedetti vicino al caminetto con indosso unicamente
la mia camiciola, quella sera di seta verde pallido. Caterinella
inizi a pettinarmi i capelli, mentre Angela e Geronima mi passavano sul
viso una lozione di acqua profumata per rinfrescarmi, e poi sugli occhi
un decotto di fiori di fiordaliso. Abbandonata alla dolcezza dei loro gesti
e all'eco della musica, stavo per addormentarmi quando un rumore confuso
mi sottrasse dal dormiveglia. Sentivo l'agitazione nel salone,
Annibale Bentivoglio si fece annunciare. Prima ancora che avesse parlato,
avevo capito poich, nel momento stesso in cui entrava nella stanza, mi
arrivarono le voci di Ferrante d'Este e di un altro uomo, coperte immediatamente
dalle grida gioiose delle mie donne: Alfonso! Alfonso!, anticipando
il nostro incontro dell'indomani, mio marito veniva a trovarmi.
Mi alzai, non mi diede il tempo di inchinarmi, mi prese le mani, baci
l'anello nuziale e mi salut galantemente. Incapace di nascondere la sorpresa
che gli causava la mia vista, tacque, per cui lo invitai ad accomodarsi
su una poltrona, lui mi preg di sedermi accanto a lui. Alcuni servitori
portarono vin brule alla cannella e frutta secca, mentre don Ferrante
e don Annibale si ritiravano, imitati dalle dame di compagnia. Si formarono
dei gruppetti in disparte nell'anticamera e nel salone, le cui porte
erano rimaste aperte, e Alfonso e io avemmo il piacere di intrattenerci
a quattr'occhi, indifferenti agli altri.
Mentre lo ringraziavo per la cortesia del suo gesto, disse ridendo che i
fratelli avevano avuto il piacere di vedermi prima di lui, e che non voleva
lasciarlo anche a suo padre e alla sorella Isabella. Sembrava molto felice
di vedermi e lo ero anch'io. Certo, non uguagliava i fratelli, non aveva n
la conturbante bellezza del cardinale Ippolito, n la grazia di don Ferrante,
n tanto meno la malinconica gravit di don Sigismondo. Ma era
prestante, vigoroso, calmo, e capii, immediatamente, che sarebbe stato in
grado di proteggermi dalle azioni di chiunque, fosse stato Cesare o nostro
padre. Mi importava solo di questo. Gli assicurai che avrebbe trovato
in me una moglie devota e sottomessa, e che sarebbe stato l'unico signore
della sua casa, e lo resi partecipe delle mie preoccupazioni per ci
che lo riguardava:
Ho accettato la nostra unione liberamente e di buon grado, vi sono
grata di non avermi respinta. Mio padre e mio fratello furono all'origine
dei miei precedenti matrimoni, e della sorte funesta dei miei mariti. Amo
credere che questa unione non vi causer alcun incidente.
Mi rassicur:
I vostri precedenti mariti non erano signori nei loro stati, e voi stessa
vivevate a Roma, nello splendore della vostra casata. E trattandosi della
famiglia del papa, quindi la pi famosa della cristianit, tutti gli sguardi
sono permanentemente rivolti su di essa perch vanno costantemente
verso il successore di Pietro. A Ferrara non avrete la spiacevolezza di vedere
ogni vostro gesto spiato come succede alla vostra parentela.
Conversammo per due ore, molto soddisfatti l'uno dell'altro. La nostra
unione non si basava sulla passione, ma era sorpreso dalla mia dolcezza e
lusingato dalla mia bellezza, e ci lasciammo nel migliore dei modi. Sapevamo
entrambi che non ci sarebbe mai stato amore tra di noi, e non ce lo
siamo mai nascosto. Ma eravamo decisi a unire le nostre volont per il
buon governo di Ferrara e lo splendore della nostra corte, dove gi vedevamo
profilarsi ci a cui aspiravamo di pi: un angolo di pace garantito
dalla sovrana libert dei nostri stati.

 Capitolo 29.
La nemica.

(Diario, 1 giugno 1519.)
Alfonso dorm a San Prospero, con i compagni che lo avevano accompagnato
nella sua spedizione notturna. Da l sarebbe rientrato a Ferrara
per ricevermi ufficialmente. Alla Domus Iocunditatis ci
alzammo di buon'ora, il tragitto prevedeva l'attraversamento
dei i canali fino alla residenza
di Malalbergo, dove mi avrebbe accolta mia cognata Isabella d'Este;
da l avremmo proseguito insieme, sempre in barca, fino a Torre della
Fossa, alle porte di Ferrara, dove avrebbero messo a mia disposizione
la dimora del fratello del duca Ercole, Alberto d'Este, per l'ultima notte
che avrei passato sola prima che il matrimonio fosse consumato. Il sole
non era ancora sorto, la nebbia saliva dal corso dell'acqua e dalle paludi
che danno alla pianura del Po un fascino alquanto misterioso. Alla luce
delle torce, Elisabetta d'Urbino e io prendemmo posto in una barchetta,
scortate da don Ferrante e don Sigismondo, e da un piccolo seguito:
Adriana, Emilia Pio, alcune dame e scudieri dei miei cognati, e i nani per
cui tutti andavano matti. Avevo scelto una lunga giacca di tessuto color
oro ricamata a strisce di raso cremisi su un abito di seta bianca, i boccoli
erano appena trattenuti da una cuffia d'oro. Un filo di perle, con un pendente
costituito da un rubino e una grossa perla a forma di pera, completavano
la mia toletta. Fedele ai suoi colori, Elisabetta indossava sulla
gonna di seta nera una giacca simile alla mia, di velluto nero disseminata
di cifre ricamate in oro. Eravamo avvolte in mantelli foderati di zibellino
per via del freddo e dell'umidit. La nebbia iniziava a diradarsi sotto un
sole pallido quando vedemmo venirci incontro il battello di Isabella, che
si accost al nostro in uno sciabordio di remi. Non appena fu posta la
passerella tra le due imbarcazioni, mia cognata si proiett verso di noi
che l'aspettavamo sul ponte: si butt tra le mie braccia, mi strinse con
una foga allegra e pronunci parole di benvenuto che furono coperte
dai canti dei bambini in piedi su alcune barchette che facevano da corteo
alle due imbarcazioni principali. Salut affettuosamente Elisabetta ed
Emilia Pio, disse alcune parole gentili ad Adriana, poi ci invit a spostarci,
con il nostro seguito, nella sua imbarcazione che era pi spaziosa. Ci
ritrovammo sedute su cuscini in un salone tappezzato con un gusto raffinatissimo,
dove erano disposte coppe piene di ogni tipo di frutta e spezie,
e dove ci servirono vino caldo con scorza di arancia e chiodi di garofano.
I giochi dei miei nani e dei buffoni di Isabella ci
deliziarono, dispensandoci dallo scambiarci altre parole oltre a quelle di convenienza.
Sotto un'apparenza gaia, Isabella era tesa, notai che quando non parlava
si mordicchiava il labbro, senza neanche accorgersene. Elisabetta si
applic con arte a ravvivare la conversazione, sottolineando quanto le
nostre tolette si abbinassero, come se lo avessimo fatto apposta: mia cognata
indossava un ampio vestito di velluto verde sotto un mantello di
velluto nero foderato di lince bianca, e un cerchietto di diamanti le fermava
i capelli acconciati in boccoli e trecce, una collana simile scendeva
in tre fili sul suo petto. Si mostr spiritosa, fece uno sforzo per dominare
l'irritazione, e dichiar di essere molto felice per la mia venuta a Ferrara.
Io fui naturale, ovvero allegra e riservata, eloquente senza eccesso, rispondendo
senza reticenza alle domande che mi poneva sulla moda a
Roma, i mercanti presso i quali mi rifornivo di stoffe, le mie preferenze in
materia di profumi e colori. Discorsi di donne che non mi impegnavano
in alcun modo.
Arrivammo quindi a Torre della Fossa, dove ci aspettava il duca Ercole.
Mentre i mozzi facevano le manovre per attraccare, salimmo sul ponte,
da dove vedemmo mio suocero e la sua corte in piedi su un pontile sistemato
l dove il canale confluisce nel Po. Inizialmente vidi solo una folla
confusa, variopinta, il cui brusio ci era portato dalla brezza, e che stava
dietro una truppa a cavallo; i cavallerizzi indossavano livree scintillanti
e su tutto dominavano stendardi con i colori degli Este, dei Borgia, ma
anche dei Gonzaga e dei Montefeltro. Li distinsi piano piano, sembrava
che si avvicinassero alla barca e quando scivolammo sotto il pontile vidi
Alfonso - l'unico che conoscessi - accanto a un uomo pi vecchio che
scendeva verso la passerella; mio suocero si pieg leggermente, lo raggiunsi,
mi inchinai per baciargli la mano, ma mi fece rialzare e mi abbracci,
rivolgendomi un breve discorso assai civile, mentre dietro di me
stavano Isabella e i fratelli, poi Elisabetta, l'amica Emilia Pio, e alla fine
le mie dame e le genti del nostro seguito. Tutto si svolgeva come in una
rappresentazione in cui ogni gesto  prestabilito, e alla quale mi sentivo
quasi estranea. Tenendomi per mano, mio suocero mi guid fino all'imbarcazione
ducale che era ormeggiata non lontano da l, e mi fece salire
intrattenendomi con grazia estrema: mi fece sedere al posto d'onore in
una sala tappezzata di tessuto in oro, tra l'ambasciatore di Francia e
quello della Serenissima, dopo che questi mi ebbero presentato i loro
omaggi. Isabella fu sistemata tra il Veneziano e l'inviato d Firenze. Ci offrirono
un rinfresco, chiacchierammo allegramente, il signore di La Roche
- ambasciatore di Francia che sarebbe stato il mio cavaliere durante
le feste per il matrimonio - moltiplic complimenti e galanterie. Cos navigammo
nel modo pi piacevole possibile fino a Borgo di San Luca, il
che richiese un'ora, durante la quale le salve di artiglieria e i rombi del
cannone salutarono il passaggio del battello. Di tanto in tanto, il rumore
delle armi cessava, e si udiva allora il suono squillante delle trombe e
quello acuto dei pifferi: i musicisti cavalcavano lungo il fiume con gli arcieri
dalle uniformi bianche e rosse. Scendeva la notte quando attraccammo
vicino al castello di Alberto d'Este: questi, un amabile vecchietto,
venne a consegnarmi le chiavi della sua dimora, dichiarandosi lusingato
che ne fossi la padrona fino a quando avessi voluto. Dopo aver preso
congedo dal corteo ducale che rientrava a Ferrara con Elisabetta
d'Urbino e le sue dame, fui condotta in una carrozza dorata fino al Borgo.
Con me salirono Adriana, don Alberto e mio cognato Ferrante, mentre
quelli del mio seguito si stringevano in altre quattro carrozze.
Il Borgo era una sorta di fortezza. La cinta muraria austera, circondata
di fossati, ospitava eleganti padiglioni disposti su ogni lato dell'edificio
principale, la cui loggia dalle sottili colonne era ornata di torce. In diverse
zone del cortile e dei giardini erano state disposte fiaccole che illuminavano
statue antiche, fontane e cespugli tagliati con cura. Il padrone di
casa mi apr i suoi appartamenti, che erano stati muniti di tende verdi e
ornati di mobili e oggetti preziosi. Quando stava per congedarsi, gli dissi
che sarei stata molto onorata se avesse voluto cenare con me, e manifest
a tal proposito un'estrema gioia. Mi affidai allora alle cure delle mie dame
e, due ore dopo, presiedetti con don Alberto la cena che aveva dato
ordine di preparare. I cibi erano semplici e succulenti ed accompagnati
dai migliori vini. Il padrone di casa era loquace, di umore allegro, e non
si formalizzava in alcun modo. Lo ascoltai parlare del fratello, il duca Ercole,
che ammirava e con il quale condivideva l'amore per il teatro e la
musica, ma non una devozione che ai suoi occhi era eccessiva. Elogi il
mio sposo, ritenendolo il pi onesto degli uomini, e, con somma gioia di
don Ferrante, schern spudoratamente la nipote Isabella che, assicurava,
amava girare a vuoto e non poteva sopportare l'idea di non essere la
prima donna d'Italia. Lo ascoltavo sorridendo, misurando le mie risposte,
cosa assai facile visto che egli parlava molto e rideva delle sue stesse
parole. Finalmente la serata ebbe fine, dopo che Angela Borgia e Adriana
ebbero cantato alcuni brani allegri accompagnandosi alla chitarra.
Ero felice di ritirarmi.
...
Sola nella mia stanza, assaporai il piacere di essere riuscita a evitare
trappole e tranelli che non erano mancati durante la giornata. In Isabella
avevo subito individuato la nemica, che non avrebbe mai perdonato alla
Borgia di aver fatto intrusione nella sua famiglia. La esasperava tutto
di me, mi divertiva tutto di lei, ogni suo sforzo sia per fingersi teneramente
affezionata sia per sottolineare la propria dignit. Sentivo parlare
di lei da molto tempo - c'era forse qualcuno in Italia che potesse ignorare
la marchesa di Mantova, tanto attaccata alla sua gloria? - ma la sua
bellezza deluse un po' le mie attese: un corpo tondo pi che longilineo,
pelle morbida, occhi castani, una graziosa bocca ben disegnata sottolineata
da una fossetta sul mento, folti capelli chiari, ma un naso importante
e leggermente arrossato, mani molto belle che amava mostrare agitandole
di continuo, il seno tondo e ben pieno. Pi bassa rispetto alla
prima impressione, aveva gambe corte e, si diceva, un sedere imponente,
cosa che spiegava la sua predilezione per la camora, il cui taglio ampio
attenuava la lunghezza del busto, sottolineando quell'aria solenne cui lei
teneva tanto.
Mi odiava prima ancora di avermi vista. Il solo pensiero che esistessi la
contrariava, la fama della mia bellezza e ricchezza la irritava, ogni lode su
di me che le veniva riportata la esasperava. Si era infuriata quando aveva
saputo della mia volont di sposare il fratello, si era opposta con forza al
matrimonio, rassegnandosi di malavoglia solo dopo aver capito che era
ineluttabile, e dopo avere litigato con il padre e Alfonso. Da allora, aveva
deciso di sovrintendere alle nozze con il proposito di accrescere la sua
gloria; quindi era stata la prima ad arrivare a Ferrara, lamentandosi con il
padre di non avere invitato suo marito - Francesco Gonzaga aveva accolto
nei suoi stati il mio primo marito quando era fuggito da Pesaro, e il
duca Ercole non voleva alienarsi le grazie di mio padre e di Cesare - pur
essendone in realt sollevata poich, me lo aveva detto Francesco personalmente,
non lo amava mai tanto come quando lui era lontano. Si penser
che stia forzando la mano, ma non  cos, e mi sono testimoni queste
righe da lei inviate a Francesco la sera stessa del nostro primo incontro a
Malalbergo:  con collera dissimulata e senza mostrare gioia che ho
stretto tra le braccia madonna Lucrezia.
Suo padre, il duca Ercole, non le era da meno nell'inimicizia che nutriva
nei miei confronti. Ho capito presto che non mi amava e che non mi
avrebbe amata. Nonostante fu sempre molto attento nel manifestarmi
pubblicamente il pi grande rispetto, la mia certezza non ha mai vacillato
nei tre anni passati alla luce di questo sole freddo che irradia con i suoi
raggi gli stati del duca, la sua citt, la sua casa, i suoi figli. Non ebbe mai
un gesto affettuoso nei miei confronti, neanche una parola di stima che
mi facesse capire che mi considerava come una figlia, come invece aveva
scritto a mio padre subito dopo il mio arrivo a Ferrara:
Prima che l'illustre duchessa, figlia comune, non fu arrivata era mia ferma intenzione
di farle una buona accoglienza, onorarla come dovuto e vegliare affinch
non le mancasse mai il nostro affetto; ma da quando Sua Signoria  con noi,
la virt e le eccelse qualit che ho riscontrato in lei, non solo mi hanno convinto
nelle mie buone intenzioni, ma le hanno fortemente accresciute. Vi posso assicurare
che, ora come ora, tengo a madonna Lucrezia come alla persona pi cara
al mondo.
Erano solo parole destinate a quietare la diffidenza di mio padre, che
se ne accontent.
Ripensando a tutte queste cose, con la testa e con il cuore, capii che il
mio unico appoggio sarebbe stato Alfonso, se lo avessi onorato in qualit
di moglie e di madre dei suoi figli. Non lo avrei mai amato - il mio
amore era morto con Alfonso e poteva vivere solo nel suo ricordo - proprio
come lui non avrebbe amato me, ma ero decisa a guadagnarmene la
stima. Lasciando Roma avevo sentito il cuore alleggerirsi, ma anche
un'improvvisa stanchezza che mi assaliva lo spirito. Avevo bisogno di silenzio
e raccoglimento. Ora avevo il dovere di entrare senza indugi nella
mia nuova esistenza, quella della futura duchessa di Ferrara. Ero decisa
pi che mai a fare mio il motto di Lorenzo il Magnifico, riportatomi da
Maddalena de' Medici: Non bisogna inquietarsi per il domani, mai soffermarsi
sul lato triste delle cose, del passato si deve ricordare solo ci
che ha di succulento.
Quella sera mi addormentai con l'animo rasserenato.
...
Il 2 febbraio 1502, festa della Purificazione della beata Vergine Maria,
feci il mio ingresso a Ferrara. Dovevo essere la pi bella per conquistare
il cuore dei sudditi. Sfoggiai la toletta prevista per l'occasione: vestito alla
francese in raso color mora ornato con strisce di tessuto d'oro goffrato,
dalle maniche larghe rivestite di ermellino, sulle spalle una cappa di
broccato ricamato oro su oro, con la stessa imbottitura. In onore della famiglia
e della citt nella quale giungevo, avevo scelto di indossare la celebre
collana di rubini appartenuta a donna Eleonora d'Aragona, moglie
defunta del duca Ercole, e una delle preziose cuffie che questi mi aveva
regalato, il che spinse Isabella a scrivere al marito: Porta la collana di
rubini e diamanti che apparteneva alla nostra madonna
Eleonora, buon'anima. In testa ha una cuffietta scintillante
di pietre preziose che il mio
signore e padre le aveva inviato.
Su ordine del padre, si era rassegnata a non pretendere di mettermi in
secondo piano con qualche nuovo vestito e aveva indossato la camora ricamata
con pause di semiminime musicali gi indossata per altre feste.
Per delicatezza, anche Elisabetta di Urbino sfoggiava il vestito di velluto
nero ricamato d'oro e d'argento che i suoi prossimi le avevano gi visto.
L'ambasciatore francese venne a prendermi al Borgo, con una scorta di
arcieri. Aveva portato un destriero baio con la criniera intrecciata e la coda
decorata con canutiglie d'oro, e ingualdrappato di velluto cremisi, per
condurmi a Ferrara. Ci mettemmo in cammino con il mio seguito. Alla
porta della citt mi attendevano i dottori dell'universit per reggere a
turno il baldacchino di raso cremisi sotto il quale avrei cavalcato. Si form
il corteo. Per primi gli arcieri a cavallo del duca Ercole, poi i pifferai
e i suonatori di tromba, infine i nobili ferraresi: Settanta signori ognuno
dei quali sfoggiava una catena d'oro dal valore non inferiore ai cinquecento
ducati, e di cui molte valevano anche otto, dieci o addirittura dodicimila
ducati.
Poi venivano i gentiluomini di Urbino, interamente vestiti di nero su richiesta
di Elisabetta, e a seguire il mio sposo, accompagnato dagli amici:
A cavallo di un destriero bardato di piastre d'oro in rilievo lavorati dal
nostro orefice veneziano Bernardino, indossava un abito di velluto grigio
coperto di scaglie d'oro martellato del valore minimo di seimila ducati, e
un tocco decorato di piume bianche.
Dietro di lui cavalcavano i gentiluomini romani e spagnoli del mio seguito,
che Isabella si divert a schernire: Solo dodici di loro sfoggiavano
catene d'oro che non uguagliavano quelle delle mie genti.
Vestiti di seta nera e tessuto d'oro, impressionarono per la sobriet dei
loro abiti la popolazione che li guardava con curiosit. C'erano anche
cinque vescovi e gli ambasciatori a precedermi. Ero sola sotto il baldacchino,
annunciata da due buffoni e sei tamburini che mi stavano intorno.
Il duca Ercole, la sua parentela e la duchessa di Urbino chiudevano il
gruppo assieme alle persone della mia casata capitanate da Adriana e
Geronima Borgia. In fondo, uomini a cavallo conducevano il convoglio
di ottantasei carretti coperti da teloni con i miei colori che trasportavano
il mio guardaroba e i miei mobili. Al momento non mi resi conto di cotanto
fasto, lo appresi in seguito dalla relazione scritta da Isabella. Ero
pensierosa. Non avevo voluto sposare un valenziano perch volevo assolutamente
preservare l'immagine che avevo della Spagna - la mia Spagna
e quella di Adriana, quella del Paradiso di Dante; quanto a esiliarmi in
Francia, non avrei mai acconsentito, conscia del rischio reale di dipendere
dai capricci dei sovrani, sia dell'astuto Luigi XII che della sua fredda e
arcigna sposa. Ora mi davo a Ferrara, abbandonandomi completamente
al mio impegno. Gli anni passano, ma io non mi sono mai sentita ferrarese,
non pi che romana o valenziana, poich sapevo bene che l ero solo
di passaggio, sempre in cammino verso un paese che non conoscevo e
del quale, solo negli ultimi tempi, ho capito che si trova nella parte pi
intima di me:  il luogo dove Dio vuole incontrarmi per fare finalmente
di me ci che sono in verit, con l'aiuto della sua grazia.
Intorno a me la folla si agitava e gridava, le persone mi acclamavano, il
rullo delle bombarde faceva tremare l'aria, era tutto rumore, risa e canzoni,
movimenti, colori, luci, che per io percepivo come attraverso un
velo trasparente di linone, come se fosse stato tutto molto lontano. Sul
ponte di Castel Tebaldo, il fracasso della cannonata fece impennare il
mio cavallo e, senza avere il tempo di riflettere o di capire,
caddi pesantemente a terra, mentre portavano avanti una mula ingualdrappata d'oro.
Ridendo mi rimisi in sella, tra le acclamazioni generali. Procedevo
lentamente: intorno a me vedevo solo visi allegri, mani tese che gettavano
fiori, segni di benvenuto, baci lanciati con le mani, e io aprivo le braccia,
accarezzavo la testa di un bambino che la madre riusciva a porgermi,
sfioravo sorridente la fronte o la guancia di un adolescente abbastanza
coraggioso da eludere la sorveglianza degli arcieri e arrivare alla mia altezza.
Ogni tanto mi fermavo - su mia richiesta? - a un incrocio dove stavano
alcuni malati e dei miserabili ai quali facevo l'elemosina. Gli evviva
e gli applausi mi giungevano come se provenissero da molto lontano, e
crescevano sempre pi mentre percorrevo le strade della citt. Passai sotto
archi di fogliame, ascoltai i complimenti e le canzoni di bambine e fanciulli
vestiti da angeli, ammirai i due funamboli che su una corda scesero
dalla torre del palazzo del podest per venire a deporre ai miei piedi dei
mazzi di ellebori e agrifogli. Da questa dolce ebbrezza che mi cullava, mi
svegliai solo quando arrivai davanti alla facciata del palazzo ducale sorvegliata
dalle due statue di bronzo dei vecchi duchi di Ferrara. Scesi da cavallo
e presi la mano che Alfonso mi tendeva, per salire assieme i gradini
della scalinata d'onore sui cui stavano tutti i membri della casa d'Este.
Dopo una pausa sul pianerottolo, entrai con il mio sposo nella sala dei
ricevimenti ornata con splendide tappezzerie e illuminata da centinaia di
candele, e sedetti accanto ad Alfonso per il discorso di benvenuto preparato
per la circostanza da Pellegrino Prisciano, il venerabile decano dell'universit.
Tutti ascoltarono in silenzioso tedio i periodi latini di un panegirico
tanto eccessivo da farmi a volte sorridere, poi ci fu un rinfresco
in piedi durante il quale mi presentarono i miei nuovi parenti oltre che le
dame e i gentiluomini della corte. Alla fine Isabella ed Elisabetta mi condussero
negli appartamenti che mi avrebbero ospitata per il periodo delle
nozze, e vi rimasi. Lasciai che Adriana e le mie dame mi spogliassero e
che mi sistemassero per la notte. Alfonso mi raggiunse subito dopo.
...
Mi svegliai tardi. Mi informarono che Isabella e le dame di Ferrara erano
gi nell'anticamera, impazienti di vedermi, e che gli ambasciatori e gli
invitati che erano gi a palazzo per i festeggiamenti, aspettavano solo me.
Alzai le spalle e feci portare vino dolce, pane e frutta per
un pasto leggero che condivisi con Adriana, Angela e Geronima Borgia. Poi mi lavai,
mi feci ungere e profumare da Caterinella, e indossai un vestito in tessuto
dorato e un mantello di raso porpora con sottili ricami d'oro e perle.
Una retina di pietre preziose mi tratteneva leggermente i
capelli, e ad essa era abbinata la collana di rubini e perle. Verso mezzogiorno feci sapere
che ero pronta; le dame che, stanche di attendermi si erano ritirate,
vennero a prendermi. Isabella riusciva con grande difficolt a dissimulare
il proprio fastidio, io feci finta di non accorgermi di nulla. Gi si lamentava
a parte che queste nozze erano fredde, che non ci si divertiva:
con il consenso di Alfonso, avevo preteso che nessun sonno n risveglio
degli sposi fosse accompagnato da scherzi e allusioni salaci - non eravamo
sposini innocenti - e che mi fosse consentito di riposare come volevo.
In realt Isabella si adoperava, con l'arte della dissimulazione, a fare di
queste nozze l'occasione di un trionfo personale, o almeno a guastarmi la
festa: non riuscendoci come voleva, si lasciava vincere dall'acidit.
Dopo un ballo nel salone delle feste, durante il quale numerose dame
svennero a causa della calca, mio suocero ci fece visitare il teatro sistemato
nella grande sala del palazzo della Ragione: le tredici gradinate e i
numerosi posti a sedere tappezzati di verde, bianco e rosso, avrebbero
accolto cinquemila spettatori. Gli attori che avrebbero interpretato per
cinque sere di fila spettacoli diversi ci furono presentati nei loro costumi
di scena; il duca Ercole ci fece notare che questi abiti di lino, pelo di
cammello e tessuto, cuciti alla perfezione, sarebbero serviti una volta sola
agli uomini e alle donne che avrebbero interpretato le commedie di
Plauto, scelte da lui personalmente. La sera fu data la prima, Epidicus,
che piacque molto a tutti: C'erano talmente tante luci e candelabri che
da ogni angolo si scorgevano i minimi dettagli, e il silenzio durante la recitazione
fu tale che nessuno rimpianse di cenare tardi.
Solo Isabella ebbe da ridire - gli attori non erano bravi, le loro voci non
erano ferme - ma dovette convenire che le moresche si svolsero assai
bene e con grande galanteria: avevamo ammirato dei mori con candele
e torce in bocca, un balletto di danze guerriere con soldati romani dotati
di caschi e corazze, una pantomima di pastori che facevano piroette con
scimmioni-pastorelle e delle pastorelline che facevano capriole con scimmioni-pastorelli.
Mia cognata non sopportava il fatto che mi fosse piaciuta
la rappresentazione - non lo nascosi - n, soprattutto, che tutti gli
sguardi fossero rivolti verso di me, e che mi facessero dei complimenti,
come il segretario particolare del duca: Madonna Lucrezia  bella e di
buona presenza, i suoi modi amabili sono sempre pieni di grazia, e le sue
parole sempre piacevoli.
Se era vero che mi mostravo affabile e sorridente, non mi illudevo sulle
intenzioni che si nascondevano sotto tali lodi: Ha un bell'aspetto e spirito
estroso, ma rimane pudica e saggia. Sono tutti felici perch sperano
che procurer molto vantaggio alla citt, per via della potenza del papa
che l'ama molto.
Per molti ero ancora solo la figlia del papa, dovevo diventare per tutti
la sovrana di Ferrara.
I festeggiamenti durarono altri cinque giorni e si svolsero allo stesso
modo, con nostro piacere e con lo scontento crescente di Isabella. Alla
cena seguiva un ballo, tranne il venerd, e poi il teatro. Quel giorno rimasi
nei miei appartamenti per fare un bagno e riposare, mentre gli invitati
andavano a visitare, sotto la guida di mio suocero e di Alfonso, il palazzo
di Schifanoia, le fonderie dei cannoni, e il convento di Santa Caterina,
dove stava la mantellata di Viterbo dalle cui stimmate fuoriusciva sangue
ogni venerd. Isabella continuava a lamentarsi con il marito:
Ieri sera siamo rimasti a palazzo fino alle cinque perch madonna Lucrezia
desiderava dedicare tutto questo tempo alla sua toletta in modo da offuscare
agli occhi di tutti la duchessa di Urbino e me. Vostra Eccellenza non deve invidiare
la mia presenza a queste nozze tanto glaciali, quanto piuttosto sono io a
dover essere gelosa di coloro che sono rimasti a Mantova.
Queste nozze non furono tanto glaciali come sosteneva lei. Invit
per una cena di mezzanotte l'ambasciatore di Francia e, alla fine del pasto,
cant per lui accompagnandosi con il liuto - ha una bella voce - e
poi lo fece condurre nel suo studiolo privato dove, in presenza di due sue
dame, gli offr i guanti profumati che aveva indossato durante il giorno.
Lui li premette contro il cuore promettendo di conservarli usque ad
consumationem saeculi (fino alla fine dei tempi), come aveva fatto
con il pezzo di stoffa insanguinato che, su richiesta del duca Ercole, gli
aveva dato la mantellata dalle stimmate. Si venne a sapere e fu motivo di
sorrisi. Ma Isabella non era una stupida e con tale galanteria voleva solo
guadagnarsi, nella persona dell'ambasciatore, un alleato alla corte di
Francia. Mossa di buona diplomazia, ma non di alta politica. Lei fu sempre
cos, la sua priorit era sedurre e a una vittoria in ambito politico -
checch ne dicesse - preferiva la sua gloria personale ed essere considerata
la pi raffinata ed elegante principessa esistente. Ci la portava spesso
a fare mostra di ogni sorta di moine e vanit con le persone che intendeva
abbindolare.
Domenica mattina, durante la solenne messa nel Duomo, Alfonso ricevette
dalle mani dell'arcivescovo la spada e il casco benedetti per lui da
mio padre. Quel giorno ero particolarmente vivace e durante il ballo, dopo
diverse danze francesi, allora molto apprezzate, mio marito mi invit
a offrire all'assemblea una di quelle danze valenziane che un tempo aveva
visto a Roma. Prendendo per un braccio mia cugina Geronima, lasciai
la tribuna e ci mettemmo subito a ballare con foga al suono dei tamburelli
delle nostre dame. Apprezzarono tutti e lo diedero a vedere, cosa
che provoc l'ulteriore scontento di Isabella, sempre che ci fosse possibile.
La sera cerc di rovinare la commedia, parlando e ridendo a voce
alta, e facendosi portare dei dolci che offr ostensibilmente all'ambasciatore
di Francia, con cui scambi dei commenti insolenti sulla recitazione
degli attori. Suo padre ne fu contrariato, ma non profer parola. L'indomani
assistemmo all'Asinaria, dall'ottimo stile, e mia cognata l'applaud
con lo stesso ardore con cui la sera precedente aveva disturbato lo spettacolo.
Ascoltammo anche il cantante Tromboncino, al servizio del duca
di Mantova: la sua voce meravigliosa port al culmine l'emozione generale.
Ma il giorno seguente, ultimo di festeggiamento, Isabella viet al
suo seguito di assistere alla rappresentazione di Casina che qualific
pice sporca e oscena. Tuttavia lei la vide, facendo comunque scrivere
al marito: Durante l'oscena commedia, si not un tale dispiacere in vostra
moglie che tutti la lodarono, e posso assicurare a Vostra Eccellenza
che non ha voluto che nessuna delle sue dame di compagnia assistesse alla
pice. La vergogna ricade sul duca.
Il duca Ercole intercett la lettera. Ne segu una forte lite, tra padre e
figlia, le cui urla si sentirono fuori dai loro appartamenti.
Quella stessa sera potei ammirare mio marito e suo fratello don Giulio
in una danza assai difficile, poi Alfonso torn in scena per fare la sua parte
in un concerto a sei viole, e infine ascoltammo nuovamente la voce ammaliante
di Tromboncino. A coronamento dei festeggiamenti vi furono
dei balletti, i pi belli.
Il mercoled delle Ceneri segn la fine delle feste per le nozze. Ne fui felice,
sollevata di vedere andare via gli invitati, alcuni in
carrozza o a cavallo, altri attraverso i canali. Tuttavia
dovetti mostrare ulteriore pazienza poich
Isabella non si decideva a lasciare Ferrara. Finalmente, arrivata per
prima con lo scopo di sovrintendere a tutto, torn per ultima a Mantova.
...
Il duca Ercole era esasperato dalla presenza dei soldati che mio fratello
aveva inviato con il pretesto di accogliere la sua sposa francese. Carlotta
d'Albret non era venuta n mai lo avrebbe fatto, ma suo fratello, il cardinale
d'Albret, aveva intrapreso il viaggio per partecipare ai festeggiamenti
nuziali, visto che non amava nulla pi di danze, balletti e commedie.
Quindi mio suocero conged gli uomini di Cesare che, loro malgrado,
andarono via, cosa giusta poich non spettava alla corte di Ferrara di
mantenere questo esercito. Quando Isabella fu tornata a Mantova, venni
a sapere di cosa avevano lungamente parlato lei e il padre: il duca Ercole
mi segnal che avrei dovuto rimandare a Roma molte delle mie dame, affinch
fossero sostituite da giovani ferraresi scelte da lui e poste sotto
l'autorit di madonna Teodora Angelini. A Pasqua erano ormai rimaste
con me solo Adriana e Angela Borgia, la mia inserviente mora, il giullare
Deda e il nano, che dopo la morte del suo signore si era affezionato a me,
Catalina da Valenza, madonna Ceccarella con le figlie Cinzia e Caterina,
suo figlio Alvisio, e poche altre. Il giorno che gli altri lasciarono Ferrara,
mio suocero mi port a caccia a Belfiore, il cui parco  ricco di selvaggina:
inseguimmo le lepri con dei leopardi, liberammo falconi contro aironi
e gru, galoppammo attraverso i boschi mentre i cani abbaiavano dopo
aver scovato una volpe. L'aria era secca e frizzante, le prime violette
spuntavano tra le foglie morte, bruciate dall'inverno, c'erano tutti gli elementi
affinch fossi allegra, ma non riuscivo a non pensare alle persone
del mio seguito che erano state mandate via senza riguardi.
Qualche giorno dopo, mio suocero mi fece sapere che aveva fissato il
mio appannaggio a ottomila ducati, mentre la mia dote mi consentiva di
averne dodicimila. L nuovamente vidi la mano di Isabella, e non mi sbagliai:
consultata dal padre, gli aveva scritto che ottomila ducati coprivano
le sue spese. In ci mentiva senza ritegno: era notorio che contraeva ingenti
debiti con i fornitori e che spesso strappava a furia di pianti e lamentele
qualche migliaia di ducati in pi al marito che, esasperato dai lamenti,
finiva per concederglieli dal suo tesoro. Mi accorsi, in quei giorni
difficili, che ero incinta. Alfonso e io eravamo raggianti e presto la notizia
divenne pubblica.
Tuttavia, al culmine dell'ipocrisia, Isabella mi sped, poco dopo il suo
rientro a Mantova, una lettera piena della pi melliflua falsit:
Mi restano da conoscere le condizioni di Vostra Signoria, affinch possa gioirne
come si deve nei confronti di una sorella amata. E, bench sia superfluo offrirLe
ci che gi le appartiene, voglio ricordarle una volta per tutte che Ella pu
disporre della mia persona e dei miei beni come fossero i suoi. Mi raccomando
sempre a Lei, pregandoLa di raccomandarmi all'illustrissima Signoria suo marito,
mio onoratissimo fratello. Vostra sorella che vi ama.
Parole, parvenze di amicizia. Risposi senza indugiare:
Onoratissima sorella, bench sarebbe stato mio dovere anticipare le testimonianze
di amicizia che mi avete dato, tuttavia mi consolo volentieri della mia negligenza
perch cos mi considero tanto pi obbligata nei vostri confronti. Vostra
sorella che si rimette ai vostri ordini.
La nostra corrispondenza si chiuse l.

 Capitolo 30.
Il Principe.

(Diario, 4 giugno 1519.)
Per quanto mi costi, devo parlare ancora una volta di mio fratello Cesare.
Mi sembra difficile che riesca a farlo senza collera n odio... Ho
perdonato, come dovevo, ma non ho saputo dimenticare, e i ricordi, lungi
dal pacificare lo sguardo che rivolgo alle cose passate, ravvivano segrete
e crudeli ferite per le quali non sembra esistere alcun rimedio. Spaventata
all'idea di evocare ancora una volta la figura di colui che fu il mio
boia e l'artefice della sfortuna della nostra famiglia, non ne ho scritto per
due giorni, e solo la paterna autorit del mio confessore mi ha spinta a rifarlo,
assieme alla convinzione che lo devo ai miei figli.
...
Il 1502, dopo il matrimonio con Alfonso, il duca Ercole ci assegn come
dimora il Castel Vecchio, un'imponente costruzione vicina alla residenza
ducale e circondata da fossati colmi di fangosa acqua stagnante. Sarebbe
andata bene se non fosse stata abbandonata per diversi anni. I miei appartamenti
erano stati sistemati in fretta, senza che fossi consultata, e senza
neanche che avessero utilizzato i tappeti e i mobili che avevo portato da Roma.
Neanche Alfonso era soddisfatto. Decidemmo di sistemarci come desideravamo,
cosa che ci avrebbe impegnati per alcuni mesi poich volevamo
non soltanto rifare a nostro gusto le sale e le stanze dove alloggiavamo, ma
anche rimettere in sesto una parte delle dipendenze, ancora piene di calcinacci
e oggetti di scarto. Avremmo dovuto dirigere le squadre di manovali e
operai per sgomberare, ripulire, cacciare i ratti e i topi che si erano impossessati
delle sale, consolidare le strutture pericolanti, rifare i soffitti crollati.
Vedevo chiaramente per cosa avrei utilizzato i ducati della mia rendita dato
che il duca Ercole non ci avrebbe fornito il minimo aiuto: gi si lamentava
di avere speso per il nostro matrimonio pi soldi del previsto.
Mio marito e io andavamo d'accordo, bench avessimo nature quasi
agli antipodi. La forza piena di tranquillit, scambiata da molti per freddezza
o indifferenza, nascondeva una volont caparbia, pronta a diventare
tenacit qualora incontrasse un ostacolo. Calmo, padrone di se stesso,
esercitava sulla sua irascibilit un controllo che non finiva di stupirmi,
ma i suoi attacchi di collera, per quanto frenati, potevano essere terribili.
Grazie a Dio, non mi capit mai di subirne le conseguenze. Poco loquace,
stava bene attento a parlare solo a ragion veduta. Sapeva comunque
mostrarsi galante con le dame, gioviale con gli amici, essere di piacevole
compagnia durante feste e banchetti. Sobrio nel mangiare e nel bere, come
nel vestirsi, amava il fasto solo se gli veniva dall'onore e dalla gloria,
di cui era assai geloso. Dal padre non aveva preso n l'amore per i libri
n quello per il teatro - mi confess di essersi annoiato durante le rappresentazioni
date in occasione delle nozze -, n tanto meno la piet
ostentata e l'avarizia, cosa per cui ringraziai Dio. Le sue inclinazioni lo
portavano verso la musica - suonava splendidamente la viola -, la caccia
in cui sfiancava anche i compagni pi robusti, e soprattutto l'arte delle
bocche da fuoco, cosa che mi stup moltissimo. A quest'arte si era iniziato
e formato in occasione dei viaggi in Francia, Paesi Bassi e Inghilterra,
e aveva fatto costruire a Ferrara una fonderia di cannoni, bombarde e colubrine,
che dirigeva lui stesso e di cui andava sovente a trovare gli artigiani
per studiare il lavoro realizzato e intrattenersi con loro. A tale proposito,
mi disse in seguito che vi vedeva un mezzo sicuro per rinforzare
la potenza militare dei nostri stati e di sostenere vittoriosamente una
guerra che la Serenissima o qualche altra potenza non avrebbero mancato
di far scoppiare non appena ci fosse mancato l'appoggio francese. Cos
era l'uomo cui ormai mi legava il mio destino terreno e che, fino ad oggi,
non ha mai mancato di onorarmi e rispettarmi.
I lavori nella nostra dimora terminarono pi rapidamente di quanto
non avessimo sperato, visto che in tutta la citt si costruiva: i miei cognati,
don Sigismondo e don Ferrante, facevano edificare i loro palazzi, e si
stava completando quello dell'ambasciatore Costabili, per cui stuccatori,
muratori e falegnami erano richiesti ovunque. Mio marito e io fummo
entrambi soddisfatti, era tutto come volevamo. Nell'attesa di poter entrare
nei nostri appartamenti e di stabilirci l, Alfonso mi aveva fatto scoprire
una delle pi belle residenze della famiglia d'Este, chiamata
Belriguardo e sita poco lontano dalla citt, su un'isola del Po che ospita un
porticciolo di pesca. Da Ferrara vi si arriva attraverso il Sandalo, per
mezzo di imbarcazioni dalla carena piatta che vanno a sistemarsi contro
un pontile: da qui parte una passerella che conduce al palazzo circondato
da alte mura. Sotto la torre d'ingresso, una porta ad arcata si apre sul
vasto cortile interamente pavimentato e antistante l'edificio principale.
Su ogni lato stanno le ali fatte aggiungere da Alfonso, sobri padiglioni di
pietra chiara le cui larghe finestre illuminano una serie di sale contigue,
dai muri affrescati da Giovanni Bellini e Dosso Dossi. Lungo tutto l'edificio
centrale corre una galleria, al di sopra di una graziosa loggia che
permette di passare in giardino, dalle finestre con colonnine da cui si accede
agli appartamenti del piano superiore e alle sale consacrate ai balli e
ai giochi; la pi grande e bella  la Sala delle vigne, decorata da cariatidi
dipinte che sembrano sostenere le travi del soffitto attraverso le cui prospettive
si scorgono ridenti paesaggi immaginari. Il giardino, che non ha
nulla da invidiare a quello di Urbino,  situato dietro questo edificio: le
sue aiuole, labirinti, vigne e boschetti si estendono fino a un parco ombroso
dove tamerici e allori si confondono con platani, roveri e faggi.
Belriguardo mi incant e vi trascorsi dolci giornate di riposo e silenzio.
Al monastero delle clarisse del Corpus Domini, situato accanto alla nostra
dimora, trovai silenzio e riposo di tutt'altra natura, come quelli che
avevo conosciuto un tempo a San Sisto presso le mie care domenicane.
Grazie all'amicizia che mi testimoniarono subito le monache, feci di questo
convento e delle sue mura protettrici il mio ritiro preferito, nel quale
mi rinchiudevo quando Alfonso e i suoi amici andavano per tre o quattro
giorni a caccia di cinghiali nei boschi e nelle paludi della Polesine. L ho
conosciuto madre Laura, cugina del poeta Matteo Boiardo, che mi onor
dell'amicizia pi sincera e disinteressata. All'inizio ebbi su di lei alcune
riserve in quanto, prima di prendere il velo, era stata molto amica di
Isabella. Ma ben presto scoprii in lei una vera servitrice di Dio e madre
dei poveri, piena di sollecitudine, carit e delicatezza, e divent un aiuto
prezioso nel mio cammino interiore.
...
Completamente presa dalla mia nuova vita, mi distaccavo gradualmente
da Roma, dai miei ricordi. Mi rimaneva unicamente, fonte di intima
gioia, il pensiero di Alfonso e quella dei miei figli, e l'attesa del bambino
che portavo in grembo. Mio padre mi scriveva meno di frequente, essendo
occupato con le questioni personali e con quelle della Chiesa, e io gli
rispondevo di rado: era sufficiente che avesse mie notizie attraverso l'ambasciatore
di Ferrara presso il Vaticano. Il duca mio suocero continuava
a vessarmi, rifiutando sempre di concedermi i dodicimila ducati di appannaggio,
dichiarando a gran voce che non avrebbe mai ceduto, neanche
si fosse intromesso Dio in persona. Al massimo me ne avrebbe concessi
diecimila. Mi astenni dal farmi coinvolgere in un simile mercanteggiamento,
troppo simile a quelli antecedenti alla conclusione delle mie
nozze. Simile al diamante che era il suo emblema e di cui aveva la stessa
durezza, non cedette. Per dimostrargli che non ero una miserabile che,
con il matrimonio, veniva a mendicare un pasto, offrii alla mia parentela
d'Este una cena di famiglia. Suocero, cognati, cugini e cugine poterono
cos scoprire la grande sala di cui avevo fatto interamente rivestire i muri
con cuoio di Cordoba goffrato a ferro con arabeschi dorati sui quali ammirarono
i ritratti dei duchi di Ferrara dipinti da Vittore Pisanello. Nel
salone dei ricevimenti avevo sostituito le vecchie tende di velluto verde
sbiadito con dei pannelli di raso turchese incorniciati da legno dorato, e
dei cuscini di tessuto d'oro sui sedili. Invitai le signore a visitare la mia
stanza, con i suoi muri rivestiti di legno dagli intarsi ispirati a quelli del
palazzo di Urbino, la sua Madonna del Mantegna, il crocifisso scolpito
da Bellini, le tappezzerie di Arras, il clavicembalo e lo scrittoio; apprezzarono
particolarmente la stufa sistemata su un lato, il grande tino in
bronzo, la fontana di marmo con vasca d'argento, i grandi specchi. Alfonso,
dal canto suo, fece gli onori dei suoi appartamenti privati e delle
collezioni d'armi agli uomini. Poi passammo nella sala da pranzo, illuminata
a giorno da candele profumate, e l intrattenni i miei parenti con una
raffinatezza che li estasi. Mi ero procurata i cibi pi rari e delicati, limoni
e cedri del lago di Garda, le melagrane e i dolci di Valenza, torrone e
fichi canditi, fagiani arrostiti al sale con melanzane, e quel pane nuovo,
molto bianco e delicato, che in Spagna facevano con il grano proveniente
dalle Indie occidentali:
Fanno un pane un po' diverso con una specie di grano che abbonda presso i
lombardi e gli spagnoli di Granada. La spiga  pi lunga di un palmo ed  appuntita,
 spessa quasi quanto un braccio; la natura vi ha fissato i chicchi con ordine
ammirevole e, per forma e volume, assomigliano ai piselli;
quando non sono ancora maturi, sono bianchi, ma una volta giunti a maturazione diventano
molto neri e, macinati, la loro farina  pi bianca della neve; chiamano questo tipo
di grano mais.
Il cardinale Ascanio aveva fatto arrivare questo mais per seminarne le
sue terre, dove cresceva in abbondanza. Per questa cena utilizzai il servizio
da credenza di argento che mi aveva regalato un tempo, e numerosi
pezzi di vasellame in oro con lo stemma dei Borgia, coppe e bicchieri finemente
lavorati; al centro della tavola avevo sistemato una vaschetta
d'oro dal coperchio in filigrana sul quale si alzava, in un ornamento di foglie
e fiori intrecciati fatti di pietre rare, il toro dei Borgia. In questo modo
intendevo ricordare a mio suocero che ero venuta a Ferrara con la dote
di una regina, e lo cap, vedendovi un'insolenza da parte mia. In seguito
continu ad accogliermi con freddezza, ma gli resi la pariglia. Con la
scusa che vi stavano lavorando alcuni operai, mi viet l'accesso a Belfiore,
dove volevo riposare con il mio seguito, e io declinai il suo invito ad
assistere nel mese di maggio alla posa della prima pietra della Casa Bianca,
un convento di serviti che stava facendo costruire in citt, sotto la direzione
di madre Eufemia, un'altra santa viva, delle cui estasi e levitazioni
parlavano tutti. In pubblico, invece, mostrava verso di me finta cortesia,
alla quale rispondevo con una glaciale deferenza.
...
Durante il soggiorno a Belriguardo, dove mi ero ritirata alla fine della
primavera per consolarmi della partenza di Adriana - non riuscendo ad
adattarsi a Ferrara, il cui clima le nuoceva, era rientrata a Roma, e ci eravamo
separate tra le lacrime - venni a sapere che nel Tevere era stato ripescato
il cadavere di Astorre Manfredi, legato assieme a quello del fratello
e del cugino, con una palla di balista al collo. Il giovane e bel signore
di Faenza era stato insozzato in maniera ignobile prima della morte.
Rimasta di ghiaccio per l'orrore e in preda a funesti presentimenti, rientrai
in citt per ritrovarvi la calma rassicurante di Alfonso. Parlammo
dell'assassinio, non gli nascosi che ne ritenevo istigatore mio fratello Cesare,
e lui ne convenne. Il silenzio della Serenissima, che fino ad allora
aveva protetto Astorre, rafforz i nostri sospetti: Cesare aveva totale libert
d'azione in Romagna. Due settimane pi tardi, la presa di Urbino a
opera dei condottieri di mio fratello conferm i nostri timori: era il 20
giugno. Quella sera il duca Guidobaldo cenava nel giardino del monastero
degli Zoccolanti, dove era andato a chiedere consiglio a suor Francesca
Ugolini, aiutata dalle illuminazioni del cielo. Aveva giusto avuto il
tempo di fuggire attraverso le colline e, travestito da contadino, era riuscito
a raggiungere Mantova, dove si trovava allora sua moglie Elisabetta.
La notizia mi gett nella vergogna e nell'amarezza, e avrei dato volentieri
venticinquemila ducati per non avere mai conosciuto i sovrani di
Urbino che, sei mesi prima, mi avevano offerto la loro generosa ospitalit.
Mi misi a letto, in preda a una violenta febbre. Le mie donne erano disperate
e temevano che avrei perso il bambino, ma ben presto mi ristabilii.
Ricevetti a cena madonna Teodora Angelini, la prima delle mie dame
ferraresi, e madonna Laura Bentivoglio, nipote di mio suocero. Evitammo
di parlare di politica, chiesi notizie di mia cognata e soprattutto della
duchessa di Urbino, pregando madonna Laura, loro parente, di portarle
i miei saluti. Lei scrisse a Isabella:
Madonna Lucrezia mi fece sedere e si inform su Vostra Eccellenza con una
gentilezza piena di fascino. Mi chiese delle vostre tolette e soprattutto delle acconciature.
Dopo di che, a proposito dei suoi vestiti spagnoli, mi disse che se
volete vedere o avere qualche oggetto che lei potrebbe procurarvi, sarebbe molto
felice di farlo, poich  assai desiderosa di piacere a Vostra Eccellenza. Ha
espresso il desiderio che le scriviate ogni tanto, e con maggiore intimit.
Parole di mera circostanza. Ebbi ancora minore voglia di ricevere le
sue lettere quando venni a conoscenza dell'indelicatezza che aveva commesso:
Cesare si era appena proclamato signore di Urbino che lei gli fece
scrivere dal fratello, il cardinale Ippolito, pregandolo di offrirle la Venus
antica e il Cupido dormente che facevano parte dei tesori del palazzo ducale
e che desiderava avere per il suo studiolo. Li avrebbe restituiti in seguito,
affermava, a Guidobaldo e a Elisabetta, cosa che si guard bene
dal fare. Allo stesso tempo, spingeva sua cognata a rimettersi al desiderio
del papa e di mio fratello, e cio a separarsi dal marito, che avrebbero
fatto cardinale: Elisabetta protest per il suo attaccamento a
Guidobaldo, anche quando fu pubblica la notizia che la loro unione non era mai
stata consumata perch Guidobaldo non ne era stato capace. Non lo sapeva
nessuno, tranne Isabella che alla fine preg la coppia di cercare rifugio
a Venezia per non attirare la vendetta di Cesare. Ero ferita tanto da
questa ignominia quanto dalle azioni di mio fratello, cui rispedivo le lettere
che mi inviava senza romperne il sigillo. In quei giorni si concluse
anche il fidanzamento di Luisa, la figlia che Cesare aveva avuto dalla moglie
Carlotta d'Albret e che non aveva mai visto, con Federico, il figlio di
Francesco Gonzaga e di Isabella. Considerata ogni onta, c'era da perdervi
la testa e l'onore.
La fortuna sembrava arridere a mio fratello. Firenze cercava un'alleanza
con lui e gli invi per le trattative il vescovo di Volterra e messere Niccol
Machiavelli. Il 7 luglio, re Luigi XII entr ad Asti, il 19 la fortezza di
Camerino cadde nelle mani di Cesare, che ne fece imprigionare il vecchio
tiranno Giulio Cesare Varano con i figli Annibale e Venanzio. Indirizzai
una lettera a madre Battista Varano, figlia di Giulio Cesare, badessa
delle clarisse d'Atri, per significarle la mia partecipazione al suo dolore,
e lei mi rispose confessandomi che ne era molto commossa e mi inviava
ci che era, disse, la sua unica preghiera in quel momento:
Or quando potr contemplare,
o buon Ges, il tuo viso benedetto?
Il desiderio mi fa liquefare,
non voglio altro luogo eletto.
Mio dolce Amore, fammi gustare
Un po' della tua soavit,
che il mio cuore non sia diviso
tra Te e questo mondo inviso:
Tu sei la mia vita e la mia dolcezza
Sono appagata dalla tua Bellezza.'
All'indomani della capitolazione di Camerino mor a Roma il cardinale
Ferrari, vescovo di Modena, che aveva acquistato la porpora per ventimila
ducati e che era datario pontificio. Poich la sua devozione andava
pi verso il denaro che Dio, mio padre aveva saputo utilizzare l'arte di
captare le successioni ecclesiastiche, e capt la sua, che arrivava appena a
quindicimila scudi, ma che comprendeva opulenti benefici, di cui una
parte fu devoluta al suo segretario e amante Sebastiano Pinzn. Confidai
ad Alfonso che sicuramente Pinzn aveva avvelenato il suo signore su ordine
di mio padre, cosa che fu confermata qualche anno dopo. Vivevo
nella paura e nell'orrore. Se ne accorsero anche le persone che mi stavano
accanto, e tentarono di confortarmi, ma mi ammalai, e mi
sistemarono nella residenza di Belfiore la cui aria,
pensavano, mi avrebbe fatto bene.
Per me tutto era disgrazia, vergogna e disperazione.
Alfonso e il padre erano partiti per Pavia per trattare con il re di Francia,
e vi trovarono Francesco Gonzaga e Isabella, venuti a stringere un'alleanza,
e anche le vittime di mio fratello, che reclamavano giustizia presso
il sovrano straniero come fosse stato il padrone dell'Italia. C'erano
Guidobaldo d'Urbino, Piero Varano, e perfino quel codardo del mio primo
marito, Giovanni Sforza. Rimasero tutti delusi dal favore di cui godeva
mio fratello, duca di Valentinois, e dagli onori con cui lo copriva Luigi
XII che lo trattava come un principe sovrano. Era tutta una farsa, ma
come avrebbero potuto sapere che il Francese allora aveva bisogno dell'alleanza
del papa per le sue imprese contro i Re cattolici?
Le mie condizioni di salute peggioravano - mio padre era convinto si
trattasse solo di accidenti di animo, propri delle donne e che travaglia
il loro utero - e Alfonso torn in fretta da Pavia. Non ebbi modo di beneficiare
della sua confortante presenza per molto poich, il 12 agosto,
arriv a Ferrara Cesare per farmi visita. Rimase due ore al mio capezzale,
ma rifiutai di ascoltarlo e lo riempii di rimproveri in valenziano, perch
non volevo che le mie dame ferraresi sapessero dei risentimenti che nutrivo
per lui. Non appena mi lasci, le mie condizioni peggiorarono.
Caddi in uno stato di forte abbattimento, e tutti intorno a me pregavano
Dio perch mi conservasse, perch non saria in proposito che la mancasse
per adesso. Mi abbandonai, stanca di intrighi, fellonie e soprusi
all'onore. Solo la presenza in me del bambino che voleva venire al mondo
mi diede la forza di vivere e lottare. Mentre pian piano mi rimettevo,
la febbre colse le donne del mio seguito. Caterinella, poi mia cugina Angela
Borgia, dovettero mettersi a letto, e anche madonna Ceccarella, che
ne mor, cos come uno dei medici. Per timore della malattia, e perch
non voleva essere accusata di negligenza nei miei confronti, madonna
Teodora lasci il servizio, portando con s la figlia e alcune dame ferraresi.
Non le rimpiansi.
Agli inizi di settembre del 1502, fui colta nuovamente da febbre, che tra
brividi e vampate di calore mi lasci stremata, e il 5 partorii, tra dolori immensi,
una bambina, che non sopravvisse. Gli uomini dell'arte medica
esaurirono invano il loro sapere: non sapevano quale medicina mi avrebbe
guarita. Alfonso non lasciava la mia stanza. Due giorni dopo, allertato
dalle sue spie, arriv all'improvviso Cesare con il cognato il cardinale
d'Albret. Mi volle tenere il piede mentre il chirurgo mi salassava, affermando
che mi avrebbe distratto raccontandomi storie divertenti. Troppo
debole per affrontarlo, gli risposi con qualche risata sforzata e, la sera,
quando ricevetti come viatico la comunione, ero allo stremo, ma sollevata
della sua partenza. Non mi ingannavo sul suo affetto fraterno: sicuramente
temeva che morissi, ma perch se fossi venuta a mancare allora, la mia
dipartita avrebbe annientato l'alleanza con Ferrara, di cui aveva grande
bisogno. Il 13 settembre, sentendo avvicinarsi la morte, aggiunsi un codicillo
al testamento per tutelare mio figlio Rodrigo dalle ambizioni di Cesare.
Poi attesi in pace la morte. In citt e in tutte le corti europee si parlava
solo di veleno, e il nostro ambasciatore presso la Serenissima scrisse a
mio suocero: Che Dio le ponga una mano sulla testa e la liberi, non fosse
altro che per mettere fine a tutte le voci che circolano qui!.
Non morii. Appena ristabilita, mi ritirai dalle poverelle del Corpus Domini,
dove mi accompagn Alfonso tra gli evviva della folla. Lui sarebbe
partito il giorno stesso per andare in pellegrinaggio a Loreto, poich aveva
fatto un voto durante la mia malattia. Presso le buone clarisse, mi godetti
un mese intero di quel silenzio e raccoglimento che tanto mi erano
mancati, lontano dalla corte, lontano dalle acque salmastre dei fossati di
Castel Vecchio, lontano da mio suocero. Le monache mi riempirono di
cure affettuose, ed ebbi con madre Laura Boiardo conversazioni edificanti.
Mi fece sapere che la mantellata dalle stimmate di santa Caterina
aveva moltiplicato suffragi e preghiere per la mia guarigione e che non
smetteva un attimo di incitare il duca Ercole a comportarsi con me da
vero e affettuoso padre. Ne fui commossa, bench dubitassi che potesse
riuscirci.
...
Le chiacchiere esterne si infrangevano contro le pareti del convento.
Tuttavia ero raggiunta abbastanza della loro eco da venire a conoscenza
dei rovesci che subiva allora Cesare. Volendo impadronirsi di Bologna,
aveva inviato il suo eccellente e adorato ingegnere Leonardo da Vinci
a ispezionare i suoi feudi romagnoli, con l'incarico di migliorarne le fortificazioni,
abbellirne i monumenti, inventare macchine da guerra atte a
impressionare le genti oltre che ad assicurargli la vittoria; ricevette nuovamente
Machiavelli, venuto in nome di Firenze a trattare con lui. Ma
sub il tradimento dei suoi condottieri che, incoraggiati di nascosto dalla
Serenissima, ristabilirono sui suoi stati Guidobaldo d'Urbino, mentre i
Bentivoglio resistevano a Bologna. Conoscendo mio fratello, ero divisa
tra il segreto piacere che provavo nel vederlo subire tali sconfitte, e l'ansia
di sapere che la fortuna delle armi gli arrideva una volta di pi. I miei
timori non erano vani. Guidobaldo rinunci per sempre al suo ducato,
malgrado i pianti dei suoi sudditi, e in Vaticano fu firmato un trattato
con i Bentivoglio, di cui furono garanti lo scaltro re di Francia, mio suocero
che non era da meno, e mio padre che lo era pi di tutti.
In quel 1502 l'inverno fu rigido, la carestia incombeva, furono aperti i
granai ducali per la distribuzione del grano. Alfonso e io eravamo rientrati
nei nostri appartamenti di Castel Vecchio dove, durante la giornata,
mi occupavo della corte mentre mio marito si applicava con passione a
consolidare la difesa dello stato: visitava le officine per sorvegliare la fusione
delle bocche da fuoco, studiava i disegni delle macchine da guerra
inviatigli da Leonardo da Vinci - questi si faceva pagare prezzi altissimi,
e doppi, visto che li sottoponeva prima a mio fratello -, e lavorava alla
costituzione di un esercito regolare. Avevamo il piacere di ritrovarci la
sera, a delle cene con pochi intimi, cui ogni tanto seguiva un ballo. Ma
non era il tempo delle gioie. Il 27 dicembre ci giunse la notizia della morte
di Ramiro de Llorca, luogotenente di Cesare: il giorno precedente, all'alba,
sulla piazza della Rocca gli abitanti di Cesena ne avevano trovato il
corpo decapitato e steso sul graticcio, avvolto in un mantello porpora e
con indosso guanti dello stesso colore; a fianco, la testa era fissata su una
picca, proprio accanto al ceppo e all'ascia del boia, lasciate l di proposito.
Non vi era alcun dubbio sul fatto che Cesare fosse l'autore di tale crimine,
ma siccome Llorca era odiato da tutti a causa della sua crudelt,
nessuno lo pianse n protest contro mio fratello. Si diceva che fosse stato
giustiziato a causa delle malversazioni di cui si era reso colpevole durante
la distribuzione di grano agli abitanti di Imola, e Machiavelli vi fece
riferimento quando, qualche anno dopo, scrisse:
La tirannia del suo servitore Ramiro era stata necessaria a Cesare per consolidare
la propria dominazione, poi, trascorso del tempo, il Valentino, ben sapendo
che la durezza esercitata aveva suscitato odio e volendo estirpare questo sentimento
dai cuori affinch gli fossero totalmente devoti, volle dimostrare che se
erano state commesse delle nefandezze, esse non venivano da lui ma dalla vilt
del suo ministro.
Ignoro perch Machiavelli non disse il vero: tutti seppero ben presto che
Llorca era stato punito per aver cospirato con i condottieri. In effetti, il 31
dicembre fu perpetrato un nuovo crimine che riemp l'Europa di ammirazione
e orrore, e che Luigi XII defin alto fatto degno di un romano.
Due giorni prima, la citt di Senigallia si era arresa a Vitellozzo Vitelli,
capo dei condottieri: lo fece sapere a Cesare che immediatamente annunci
il suo ingresso solenne in citt. Era ci che avevano previsto i ribelli,
che quindi vi andarono con le loro truppe con l'intento di catturarlo e ucciderlo. Il Valentino marci su Senigallia con una scorta ridimensionata,
fu accolto da Vitelli e dagli altri congiurati, e li invit a seguirlo
nel Palazzo Bernardino che il fedele Micheletto - lo stesso che aveva
strangolato mio marito Alfonso - aveva fatto preparare per il suo signore.
La loro diffidenza era stata placata dal modesto equipaggio di Cesare.
Lo seguirono, dopo avere mandato i loro soldati negli alloggi, e caddero
come topi in trappola: informato dalle confessioni ottenute da Llorca
sotto tortura, Cesare aveva fatto arrivare in piccoli gruppi, da strade secondarie,
pi di diecimila uomini che ben presto dispersero le truppe dei
condottieri, mentre egli li faceva arrestare al palazzo. Quella sera stessa,
Micheletto strangol Vitelli e il suo compagno Oliverotto, mentre Francesco
Orsini, duca di Gravina, e suo cugino Paolo erano messi agli arresti.
Spaventati dall'audacia dell'impresa, gli altri condottieri fuggirono da
Perugia dove si erano riuniti intorno a Guidobaldo d'Urbino in attesa
dell'annuncio della morte di Cesare. Leonardo da Vinci, che fino a quel
momento era stato al servizio di mio fratello, fu colto dalla medesima
paura e, dopo aver lasciato di nascosto il suo campo, and a cercare rifugio
a Firenze. Tre settimane pi tardi, avendo saputo che il papa aveva
fatto arrestare il cardinale Giambattista Orsini e suo cugino Rinaldo, mio
fratello ordin a Micheletto di strangolare i loro parenti da lui tenuti prigionieri,
ma non os andare oltre bench mio padre lo incitasse: gli Orsini
erano alleati del re di Francia.
Cesare torn a Roma vittorioso, lasciando dietro s arature di sangue,
come scrissero gli ambasciatori, mentre Machiavelli ne cantava le lodi:
Il signore Borgia  di un'audacia tale che ogni cosa, per quanto colossale possa
essere, diventa per lui un semplice dettaglio. Il suo desiderio di potenza e di
gloria lo spingono perpetuamente in avanti; non sa cosa siano n il pericolo n
la stanchezza.  arrivato qui come un fulmine a ciel sereno, prima ancora che si
fosse saputo della sua entrata in campagna. I suoi uomini si fanno uccidere per
lui, ha i migliori soldati del mondo. Tutto ci lo rende temibile e gli assicura
sempre la vittoria.
Mentre io ero atterrita dall'implacabile furore di mio fratello, Isabella
gli rivolgeva i suoi complimenti facendogli recapitare cento maschere per
il carnevale, cosa che le valse una risposta di cui non colse le velate minacce:
Illustrissima Signora, nostra vicina e onorata sorella! Noi abbiamo ricevuto il
regalo di cento maschere che Ci invi Vostra Eccellenza; Ci  stato molto gradito
in virt della loro grande variet e della rara bellezza. Siamo stati ancora pi
soddisfatti dal momento e dal luogo in cui Ci sono arrivati, avendo preso possesso
quello stesso giorno della citt e del territorio di Senigallia, con le fortezze,
e avendo inflitto ai Nostri nemici la punizione che meritava il loro perfido
tradimento. Poi abbiamo liberato dalla tirannia le citt di Castello, Fermo, Cisterna
e Perugia riconducendole all'obbedienza che devono a Sua Santit, e abbiamo
anche spodestato dalla potenza tirannica di cui si arrogava a
Siena, Pandolfo Petrucci che Ci aveva mostrato un'inimicizia implacabile. Queste maschere
saranno fonte di grande piacere perch provengono dalla benevolenza fraterna
e speciale che voi e l'illustrissimo Signore vostro marito nutrite, ne siamo
certi, nei nostri confronti.
Sempre unendo la meschinit al desiderio di gloria, Isabella era troppo
occupata a preparare il carnevale, cui intendeva dare un lustro senza pari,
per calcolare il pericolo. Desiderosa di ingraziarsi il favore di Cesare,
non indietreggi neanche davanti alla bassezza, pregando la cognata e
amica Elisabetta di lasciare i suoi stati per raggiungere il
marito Guidobaldo a Venezia, dove si era rifugiato, a meno che
non accettasse l'annullamento
del matrimonio, come voleva il papa. Elisabetta rifiut con sdegno
e and in esilio nel territorio della Serenissima, dove madonna Caterina
Cornaro, un tempo regina di Cipro, le prepar la migliore accoglienza
nella sua residenza di Asolo e le mise a disposizione il suo palazzo
veneziano.
...
Mio cognato, il cardinale Ippolito, torn da noi in quei giorni. Sapendo
che il ritorno a Roma del Valentino era imminente e vedendo, diceva, i
muri del Vaticano pronti a essere schizzati di sangue, preferiva presso la
sua famiglia una sicurezza di cui avvertiva la precariet se fosse rimasto a
Roma. Mio padre aveva fatto rinchiudere a Castel Sant'Angelo Sancia, che
era all'epoca l'amante di Ippolito e quella di Cesare, a seconda della loro
permanenza a Roma, e aveva allontanato Jofr affidandogli - come un
tempo a nostro fratello Giovanni - la missione di combattere gli Orsini
nelle loro terre. E proprio come Giovanni un tempo, Jofr si pavoneggiava
pi che combattere: durante l'assedio alla fortezza di Ceri, fu catturato e
tenuto in ostaggio mentre Giulio Orsini si recava a Roma per negoziare
con il papa. Ci voleva coraggio, poich mio padre si adoperava per distruggere
questa casata, infischiandosene delle proteste di re Luigi XII che
pretendeva che gli Orsini non fossero toccati: per tutta risposta mio padre
fece avvelenare il cardinale Giambattista durante i festeggiamenti per il
carnevale. Il prelato era l'istigatore della congiura dei condottieri, per cui
Alfonso e Ippolito cercarono di convincermi che la sua eliminazione si giustificava
con la politica; e se non riuscivo a capirlo, non ammettevo neanche
che a tale scopo si impiegasse raffinata crudelt. Quando il cardinale
era stato arrestato, mio padre si era impossessato della sua dimora e dei
suoi beni, facendo buttare per strada la vecchia madre, che sarebbe morta
di freddo e di fame se due dame non l'avessero soccorsa. La povera donna
aveva chiesto, come grazia, di essere imprigionata assieme al figlio, in modo
da preparargli i pasti, proprio per il grande timore del veleno; a tale
scopo aveva offerto a mio padre i duemila ducati che aveva portato con s.
Egli prese i soldi e respinse la richiesta. La giovane amante del cardinale
venne, travestita da cavaliere, a offrirgli una perla magnifica, una delle pi
rinomate dell'epoca, affinch liberasse il suo amante: conoscendo il debole
del papa per i gioielli, si credeva certa del proprio successo. A questo
prezzo, ricevette un cadavere: dopo essere stato a lungo sottoposto a tortura
- al punto che, esasperato dal dolore, cerc di buttarsi dalle mura della
prigione -, il cardinale fu trovato morto il 22 febbraio 1503.
Dubitavo fortemente che il fratello Giulio tornasse vivo dalla famiglia,
e ci soprattutto perch il papa non era molto affezionato a Jofr, avendo
sempre sospettato che non fosse figlio suo, come invece assicurava
nostra madre Vannozza. A causa della mia tristezza, Alfonso e Ippolito
cercarono di distrarmi, e preparammo insieme il carnevale, e poi la visita
che ci fece Isabella nel mese di aprile. L'accolsi con affabilit, le feste furono
grandiose, ripart estasiata. Era sorpresa del fatto che tra Alfonso e
me regnasse la concordia, ancora pi stupita che il cardinale Ippolito e io
andassimo d'accordo tanto che l'ambasciatore di mio padre gli scrisse:
La notte appartiene al signore don Alfonso, ma il giorno al cardinale,
sono tre corpi e una sola anima.
Si ingannava, la mia anima restava mia pi che mai e, se mi divertivo in
compagnia del prelato mio cognato e se poggiavo con fiducia sulla calma
e dolce fermezza di Alfonso, il mio cuore e la mia anima erano altrove.
Gli avvenimenti andavano imbrogliandosi e sbrogliandosi, non volevo
pensare alle ambizioni di Cesare, che trattava con Giulio Orsini, n al
piano di nostro padre che progettava di incontrarmi in autunno al santuario
di Loreto. Ero tutta intenta alle feste e ai balli in onore di Isabella
quando giunse la notizia della morte del cardinale Michieli che, come il
cardinale Orsini, era stato uno degli elettori di mio padre: era deceduto il
10 aprile, dopo due giorni di una malattia manifestatasi con dolorosi episodi
di vomito. L'ambasciatore della Serenissima - Michieli era veneziano
- ne inform il doge in questi termini:  abitudine del papa di ingrassare
i suoi cardinali prima di avvelenarli per incamerarne i beni.
Mio padre aveva ereditato quindicimila ducati, una quantit di mobili
e oggetti preziosi, e del vasellame d'argento dalla lavorazione incomparabile.
Nonostante gli sforzi per negare l'utilizzo del veleno, ero convinta
del contrario, conoscendo fin troppo bene mio padre e mio fratello che
aveva bisogno di denaro per mantenere le truppe. Sicuramente non avevano
utilizzato la polvere verde della cantarella, i cui effetti sono lenti e
troppo visibili, ma dell'acqua tofana, di cui la nostra famiglia aveva appreso
i segreti da alcuni mori di Spagna, estremamente abili nella scienza
dei filtri: si tratta di un sublimato che pu sia uccidere lentamente che
folgorare in pochi istanti.
Malgrado questi incidenti, la bella stagione trascorse tra feste e brevi
soggiorni nelle ville. Mio suocero fin per accordarmi dodicimila ducati
di appannaggio, bench continuasse a lesinare sul mobilio della mia casa.
Poi, come ogni anno a giugno, Alfonso ci lasci per viaggiare in Francia
e Inghilterra allo scopo di studiarvi i progressi dell'arte militare. L'estate
si annunciava calda e mi ritirai lontano dalla citt, lontano dal duca Ercole,
lontano dalle stravaganze del cardinale Ippolito, nella nostra residenza
di Medelana. Fu l che venni a sapere, il 5 agosto, della morte di
mio cugino il cardinale di Monreale. Almeno lui non era deceduto per le
armi o per il veleno, il mal francese aveva avuto ragione di
lui insieme all'idropisia. Ci mi rattrist poich si era
sempre mostrato buono con me,
e la sua piet era sincera. Essendo stato estremamente avaro in vita, lasciava
un'immensa fortuna in oro e pietre preziose, una scuderia di magnifici
cavalli acquistati da Francesco Gonzaga, argenteria e stoffe preziose
in abbondanza. Di queste ricchezze non vidi nulla in quanto mio
padre se ne appropri interamente per darne poi la maggior parte a Cesare:
il Valentino era a corto di denaro per le sue truppe.
Una settimana dopo, seppi dell'improvvisa malattia di mio fratello e di
nostro padre, che erano stati costretti a letto dopo un pranzo servito nelle
vigne del Cardinal Castelli, offerto da questi il 10 agosto in occasione
della sua recente nomina cardinalizia. L'11 si mise a letto il cardinale, seguito
il 12 da mio padre e il 13 da Cesare che era rientrato in Vaticano. Si
parl di veleno. Il 14 agosto fecero un salasso al papa. Il 15 stava meglio.
Il 16 si sent morire. Il 17 aveva recuperato le forze. Il 18 ascolt la messa,
poi si confess e fece la comunione, alla fine ricevette l'estrema unzione
e, mentre il cielo romano splendeva della luce del tramonto, all'improvviso
spir. Di queste cose seppi di ora in ora poich i corrieri del Vaticano
arrivavano uno dopo l'altro. All'annuncio della morte del papa mi
ritirai nella mia stanza, che era stata frettolosamente tappezzata di nero.
Non ero triste. Avevo l'impressione che un peso mi scivolasse dalle spalle
mentre mi si apriva un abisso sotto i piedi. Rimasi sola, avendo troppi
conti da sistemare con me stessa, con la mia coscienza, attenta a non perdermi
in lamenti vani che a Ferrara nessuno avrebbe condiviso con me.
Stesa sul letto, riflettevo, e mi capitava ogni tanto di pregare - poco e distrattamente!
-, preoccupata unicamente dell'avvenire dei miei figli ormai
privi di qualsiasi appoggio. Fu allora che, prima ancora della visita di Alfonso,
mi giunse la lettera di messere Pietro Bembo:
Sono venuto ieri presso la Vostra Signoria tanto per farle conoscere il dispiacere
che mi causa la sua infelicit, che per consolarla al meglio delle mie possibilit
e pregarla di restare calma, poich ho saputo che era preda di un dolore smodato,
non sono tuttavia riuscito in nessuna delle due cose. Poich da quando vi ho
scorta ritirata in una camera scura, in preda alla desolazione e alle lacrime, tutti i
miei sentimenti sono confluiti con tanta forza verso il cuore, che sono rimasto
immobile senza riuscir a parlarvi, e senza sapere cosa dovevo dirvi.
Dopo averla letta, la piegai e chiusi gli occhi. Non aveva capito nulla.

 Capitolo 31.
Parvenza d'amore.

(Diario, 7 giugno 1519.)
Ecco giunta l'ora di scrivere senza artifici. Non che abbia taciuto nulla fino
a questo momento, Dio me ne  testimone, ma la memoria potrebbe
avermi tradita a volte, o forse avr letto un avvenimento solo alla luce del
mio giudizio. Dell'attaccamento che Pietro Bembo e io nutrimmo l'uno
per l'altro mi restano le lettere che mi scrisse. Mio marito le trover in queste
pagine. Le ho conservate, a volte rilette, non c'era motivo di bruciarle.
...
Avevo incontrato Pietro Bembo negli ultimi giorni dell'anno 1502. Era
un caro amico di Ercole Strozzi, lo spirito pi brillante che vi fosse allora
a Ferrara e vanto della mia corte.
Strozzi si era messo al mio servizio quando giunsi a Ferrara, in occasione
di una cena da mia cognata, alla quale fummo invitati Alfonso e io.
Avremmo volentieri declinato l'invito, con il pretesto della stanchezza
dovuta alle feste nuziali appena concluse, ma non potevamo fare questo
affronto a Isabella, che organizzava questa serata in nostro onore prima
di tornare a Mantova. Cosa vera solo a met, poich la richiesta le era stata
fatta dal fratello don Giulio, per il quale nutriva profondo affetto. Durante
il viaggio da Roma a Ferrara, don Giulio si era invaghito di mia cugina
Angela Borgia che, nonostante fosse promessa a don Francesco Maria
della Rovere, nipote del cardinale Giuliano - questa era la politica di
mio padre - non era indifferente alle sue attenzioni. Anch'io lo vedevo di
buon occhio, poich non mi sarebbe dispiaciuto se Angela avesse sposato
mio cognato. Isabella incoraggiava l'idillio con intenti opposti: non
avrebbe mai tollerato che un'altra Borgia entrasse a far parte della famiglia,
e quindi si aspettava dall'avventura un eclatante disonore per mia
cugina. Per compiacere l'amato fratello, organizz la cena, pregando di
farmi accompagnare da Adriana e Angela. Mi ricordo che in quel momento
le sorrisi: non metteva in scena spontaneamente, nei suoi appartamenti,
l'intrigo di commedie come Casina o I Menaechmi che lei riteneva
oscene, e nelle quali avrebbe recitato il ruolo della ruffiana?
La cena fu sontuosa, la serata brillante. Isabella aveva invitato il padre e,
per compiacergli, il dotto Tito Vespasiano Strozzi con il figlio Ercole: erano
i pi famosi latinisti della citt, il figlio superava - si diceva - perfino il
padre, per cui il duca apprezzava entrambi moltissimo, per la loro intelligenza
e perch gli fornivano le migliori traduzioni delle pice teatrali antiche,
di cui andava matto. Era presente anche Antonio Tebaldeo, medico,
astrologo, poeta e musicista, maestro di rime di mia cognata. E un altro
erudito, Niccol da Correggio, nipote del duca Ercole, di cui si diceva che
a lungo fosse stato innamorato di Isabella, e che aveva sposato la bellissima
Cassandra Colleoni. E, ovviamente, Elisabetta d'Urbino ed Emilia Pio.
Dopo la cena, Isabella propose, come intermezzo prima della musica e del
ballo, un gioco. Bisognava rispondere con poche parole alle domande pi
strane, il perdente doveva pagare il pegno stabilito da Isabella e dalle amiche.
Cos, Giulio and a prendere, senza servirsi delle mani, una spilla che
mia cugina Angela teneva tra le labbra; Alfonso sciolse la giarrettiera di
madonna Cassandra senza alzarle la gonna. Tutti ridevano tranne il duca.
Quando arriv il mio turno, mi fu chiesto di raccogliere una rosa in un vaso
e, dopo averla baciata, di offrirla a colui che sarebbe stato il mio cavaliere
durante il ballo. La porsi a Ercole Strozzi, certa che mio marito non se
ne sarebbe rabbuiato, visto che il giovane uomo era zoppo dalla nascita e,
dovendo muoversi con l'aiuto di un bastone, non avrebbe potuto ballare
con me: il mio cavaliere sarebbe stato quindi Alfonso, ma se avessi offerto
a lui il fiore sarebbe stato troppo scontato. Tutti capirono e applaudirono,
anche Isabella ma di mala voglia poich aveva sperato, in quel modo, di
mettermi in imbarazzo. La serata si svolse quindi assai allegramente, nonostante
il broncio di mio suocero che vedeva nascere l'idillio tra il suo bastardo
don Giulio e mia cugina Angela proprio sotto i suoi occhi occhi.
L'indomani ricevetti da Ercole Strozzi una quartina in latino, che feci
candidamente leggere ad Alfonso:
O rosa nata da un suolo
felice, colta da un agile
mano, donde ti viene questo
colore che ti fa la pi bella
fra tutte le rose? Venere
stessa ancora una volta ti ha colorita? O meglio,
tanta bellezza ti don Lucrezia con le sue labbra
porporine?
Mio marito ne fu contrariato, e la cosa mi sorprese. Scoprii quanto era
ombroso. Non avendo alcuna intenzione di rinunciare ai giochi innocenti
della galanteria, dei quali non capiva nulla, tacqui.
Alfonso mi lasci totalmente libera di gestire la mia corte. Nonostante
nutrisse verso Strozzi una strana gelosia, non mi proib mai di riceverlo,
limitandosi a lamentarsi, di tanto in tanto, del fatto che mi spingesse alle
spese - mi affidavo al suo gusto, egli andava per me a Venezia a scegliere
le stoffe pi lussuose e le pellicce pi preziose - e che mi distraeva dalla
lettura delle Epistole di san Paolo, il cui latino viziato non poteva essere
paragonato alla lingua scorrevole di Marco Aurelio o di Sallustio. Presto
si aggiunsero a noi il filosofo e matematico Celio Calcani, e
Jacopo Caviceo, vicario della diocesi, che mi dedic il suo romanzo Peregrino. Distaccandosi
dalla sua antica passione per Isabella, il delizioso Niccol
da Correggio si fece mio cavalier servente, salutandomi come
la prima donna del tempo - non ero stupida, lo aveva gi detto a Isabella, ma ne apprezzai
soprattutto l'omaggio -, e Antonio Tebaldeo lasci Mantova per
Ferrara, poich diceva di essere fortemente maltrattato da mia cognata:
stando a ci che diceva, lo pagava male, lo nutriva di carni marce e gli faceva
servire vino spunto. Gli assicurai onorevoli emolumenti affinch venisse,
con la sua scienza, a dare smalto alla mia dimora. Presso di me,
avevo anche i pittori Benvenuto Garofano e Girolamo Carpi, non essendo
riuscita ad accaparrarmi il giovane Raffaello Sanzio, un tempo protetto
dei duchi di Urbino, e il poeta Marcello Filosseno. Ben presto accadde
quindi che Isabella invidi la mia corte, soprattutto quando mi assicurai
i servizi e la devozione di Ludovico Ariosto, che tutti chiamavano
l'Ariosto, le cui battute, a volte impertinenti, mi divertivano:
Donna deliziosa e amorosa
Che vi accontentate di un unico amore
Sarete, questo  certo,
eccezionale su questo mondo.
Ignorava quanto avesse ragione. Potevo saziarmi di un solo amore, che
avevo conosciuto con Alfonso e che sapevo non avrei pi ritrovato. Con
nessun uomo avrei ritrovato quella perfetta e intima unione tra i nostri
corpi, i nostri cuori e le nostre anime. E se Alfonso dormiva tutte le notti
con me, se non mancava di onorarmi come sposa, non mi faceva sentire
quell'armoniosa vibrazione dell'amore che provoca insieme pianti e risa,
quell'estasi in cui mi scioglievo con Alfonso e lui in me, come un'unica
fiamma di due candele unite che bruciano dello stesso fuoco. A volte
cedevo alla tentazione di chiudere gli occhi al culmine dell'amore per
pensare, nell'abbraccio del mio terzo marito, alle carezze del precedente,
ma l'immaginazione non suppliva alla sua assenza e presto rinunciai a
questi sogni. Era adulterio dello spirito o del cuore?
...
Nell'ottobre 1502 Ercole Strozzi aveva chiesto un congedo di una settimana
per andare nella sua villa di Ostellato. Desiderava sistemarvi Pietro
Bembo, nobile di Venezia il cui padre era stato, qualche anno prima,
ambasciatore della Serenissima a Ferrara. Mi inform che era un gentiluomo
bello e galante, dalle qualit intellettuali tanto eccelse che veniva
celebrato come il nuovo Pico della Mirandola. Perfino mio suocero lo
stimava moltissimo in quanto, a suo giudizio, non esisteva uomo che padroneggiasse
con tanta perfezione il greco e il latino. Desiderosa di accogliere
nel migliore dei modi cotanta meraviglia, spinsi Strozzi a circondarlo
delle sue cure, anche se la sua assenza avrebbe alterato un po' il lustro
della mia corte.
Strozzi si affrett a rientrare, lasciando l'amico a Ostellato dove avrebbe
potuto leggere Aristotele e Platone a volont, cos come si era prefissato:
quest'uomo che non amava nulla al di sopra della mondanit, la galanteria
e i giochi intellettuali, era colto da improvvise malinconie che lo
spingevano a fuggire da qualsiasi attivit per ritirarsi nella solitudine, dove
sopportava solo libri e sogni, e si dedicava, come un tempo Petrarca, a
dare un viso a una irreale Laura, che sarebbe stata al tempo stesso la Madonna,
Venere e la Filosofia. In quei momenti scriveva, rimava in
toscano e, al suo rientro in societ, gli amici erano stupefatti dai poemi che
sottoponeva alla loro attenzione, e dalle riflessioni di cui li faceva partecipi.
In ci agiva con tale grazia e leggerezza, facendosi scudo con sincera
umilt degli imperativi del Bello e del Vero, che nessuno riusciva a evitare
di restare incantato dalla sua conversazione. Dopo che me lo ebbero
descritto in questi termini, ebbi il desiderio di conoscerlo personalmente.
Strozzi mi invit ad andare a Ostellato, dove avrei potuto incontrare a
mio piacimento il suo amico, ma avendo visto quanto Alfonso potesse diventare
geloso, declinai l'invito. E non volevo in alcun modo turbare un
ritiro tanto ardentemente desiderato.
Finalmente, dopo pi di un mese, Alfonso stesso mi spinse a non perdere
l'occasione di incontrare Pietro Bembo, e quindi mi recai a
Ostellato in una di quelle giornate invernali alle quali la luce pallida conferisce
una sorta di dolce atemporalit. La villa degli Strozzi, antico dono di mio
suocero, sembrava sospesa in una leggera nebbiolina tra le acque calme
della laguna e dei canali e le silenziose vibrazioni di un cielo terso: soltanto
le luminosit profonde dei boschetti circostanti l'ancoravano a terra,
come se volessero impiantare la sua torre e le mura su un vascello di
erba che i cipressi avrebbero alberato in vista di un prossimo imbarco.
Pietro Bembo non si mostr affatto contrariato dalla mia visita, dalle risate
delle mie dame e dai giochi dei nani, ci ricevette con una semplicit
deliziosa e ci trattenne fino a tardi con il pretesto che non avremmo potuto
fare rientro a Ferrara senza prima esserci rifocillati. Strozzi non aveva
mentito, il suo amico era un uomo molto bello, loquace e dalle maniere
garbate. Fu a volte grave e altre gioviale, rispose gentilmente alle domande
che gli posi sui suoi lavori, lod la bellezza della lingua toscana
che consentiva, a suo parere, di tradurre il bello e il vero altrettanto bene
del latino e del greco, avendo in pi il vantaggio di essere compresa da
tutti. Quando diventava troppo cerebrale - gli capitava - lo prendevo in
giro ridendo, e lui si univa alla mia risata, dichiarandomi libera da ogni
superstizione. Lo ero, me lo manifest. Quando stavo per andare via, lo
invitai a venirmi a trovare a Castel Vecchio tutte le volte che voleva. Rientrata
a Ferrara, mi resi conto che avevo dimenticato il suo volto, che
mi restava unicamente il ricordo del suo sguardo dolce e profondo, a
tratti un po' velato.
Strozzi era contento che avessi incontrato l'amico e deluso che non cercassi
di rivederlo. Convinse madonna Diana d'Este, sorella di mio
suocero, a offrire in onore del fratello una cena alla quale sarebbe stato invitato,
oltre alla loro famiglia, anche il poeta veneziano. Fu cos che rividi
Pietro Bembo. Restammo affascinati dalla sua conversazione, eravamo
tutti come gli animali che il flauto di Orfeo avrebbe portato nell'Eden. Ci
furono altre feste, balli alla luce delle torce, scintillanti serate nei palazzi
illuminati a giorno sotto la neve: madonna Diana e suo marito
Uguccione dei Contrari diedero una serata in maschera nella loro sontuosa dimora,
alla quale Ercole Strozzi rispose con una cena notturna preceduta da
un balletto, mio suocero preparava per la primavera la rappresentazione
dei Menaechmi e dell'Eunuco, e, quando mi rimaneva una giornata libera,
mi ritiravo dalle clarisse del Corpus Domini per godermi il riposo dell'anima
e gli incontri con madre Laura Boiardo. Fu in quei giorni che rientr
mio cognato, il cardinale Ippolito, come ho gi raccontato.
Giunse la primavera, delicata, per la prima volta ne conobbi il lato effimero,
i suoi fiori dai colori tenui che appassiscono quasi appena dischiusi,
gli uccellini che sostituiscono in pochi giorni il delicato piumaggio con
le penne, il sole sempre pi caldo che asciuga rapidamente gli ultimi acquazzoni.
Sicuramente i fatti del mondo, del Vaticano in particolare, e la
morte nel fiore degli anni dei giovani signori fatti uccidere da mio fratello,gli Orsini e i Varano, mi spinsero a considerare la brevit del tempo
che passa, il valore inestimabile dell'istante presente, il prezzo delle gioie
pi semplici, dei piaceri pi infimi. Pietro Bembo venne ogni tanto a trovarmi
a Castel Vecchio, dove era festeggiato e coccolato non solo dalle
dame e dalle persone della mia corte, ma anche da Alfonso che, come il
padre, ne ammirava la brillante intelligenza e i modi pacati. Conversammo
di mille argomenti, ma soprattutto parlammo del senso che volevamo
dare alla nostra esistenza. Parlavamo della vita e della morte come di una
sola e identica realt in due stati differenti, di cui l'amore era l'unico motore.
Ci scambiammo dei biglietti per prolungare le conversazioni, gli feci
conoscere le stanze di Lopez de Estuniga, chiedendogli di tradurle in
toscano:
Io penso che se morissi
E con le mie sofferenze il desiderio finisse,
un amore tanto grande sparirebbe
e il mondo senza amore rimarrebbe.
Pi ci rifletto
Pi mi tarda il morire in un loco s diletto,
che devo utilizzar la ragione
per placare la soave mia passione.
Bembo mi rispose: Le vezzose dolcezze degli spagnoli ritrovamenti,
nella grave purit della lingua toscana non hanno luogo, e se portate vi
sono, non vere e natie paiono, ma finte e straniere.
Al suo biglietto accluse una quartina in castigliano:
Se bella  la mia tribolazione,
e se morta la mia aspettazione,
che l'una non si possa guarire
che l'altra non possa sparire.
Qualsiasi cosa era un pretesto per dissertare sull'amore, e i nostri amici
si unirono a noi. Strozzi si ispir a Platone:
La via diretta dell'amore consiste nel prendere inizio nelle bellezze di questo
mondo per innalzarsi sempre, con gli occhi rivolti alla bellezza suprema, come si
trattasse dei gradini di una scala, passando da un solo bel corpo a due, da due a
tutti i bei corpi, e da questi ai bei sentimenti, e dai sentimenti alle belle conoscenze,
e alla fine da queste ultime a quella conoscenza che costituisce la fine e altro
non  che la scienza del bello stesso, fino ad arrivare a conoscere il bello in s.
Suo padre, il saggio ed erudito Tito Vespasiano, mi dedic un epigramma
latino intitolato ad Bembum de Lucretia. Per quanto fosse estraneo alle
sottigliezze dell'amore di corte e del parlare galante, mio marito non
ebbe nulla da ridire, era anzi lusingato dal fatto che Pietro Bembo fosse
diventato il vanto di un circolo brillante che dava lustro a Ferrara in tutta
Italia. Mia cognata Isabella, cos preoccupata della sua gloria e della
fama della corte di Mantova, ne fu assai indispettita, e pi di una volta
scrisse a Bembo chiedendogli di andare a trovarla. Ma egli rest con noi,
la maggior parte del tempo chiuso nella villa di Ostellato, dove metteva
mano a un'opera di cui a volte - con molta reticenza - accettava, dietro
le nostre pressanti richieste, di leggerci dei passaggi.
Era gi qualche tempo che intendevo fare incidere una medaglia d'oro
con una fiamma, di cui avevo in mente il disegno e che mi pareva rappresentasse
l'immagine della mia vita. Feci chiedere a Bembo di trovarmi
un motto, ed egli mi invi come sola risposta Est animum,
aggiungendo un messaggio: Non ho voluto trattenere oltre il vostro emissario, a
causa di tutto ci che si sarebbe potuto pensare.
Est animum... Lo spirito  la vita stessa.
I giorni trascorrevano in questa pacifica comunicazione delle nostre
anime. La distanza non ci impediva di scriverci, io non volevo disturbare
la quiete del mio amico, e lui faceva attenzione a non venirmi a trovare
troppo spesso per evitare di risvegliare la gelosia di Alfonso. Pietro mio -
lo chiamavo cos - un giorno mi invi un sonetto che mi colm di gioia:
Poi ch'ogni ardir mi circonscrisse amore
Quel d ch'io posi nel suo campo il piede
Tanto ch'altrui non pur chieder mercede
Ma scoprir sol non oso il mio dolore.
Avessi almen d'un bel cristallo il core
Che quel ch'i' taccio e Madonna non vede
De l'interno mio mal senza altra fede
A' suoi begli occhi tralucesse fore
Ch'io spererei de la pietate ancora
Veder tinta la neve di quel volto
Che l mio si spesso bagna e discolora
Or che questonon ho, quello m' tolto,
Temo non voglia il mio Signor, ch'io mora;
La nedicina  poca, il languir molto.
Risposi presto:
Messer Pietro mio, per ci che concerne il vostro desiderio di conoscere la
simpatia che sta nel vostro cristallo e nel mio, non so cosa potrei dire o scoprire
di pi, se non un'estrema conformit, che forse non  mai stata eguagliata. Che
questa confessione vi basti, e che vi rimanga come perpetuo vangelo.
Non potevo spingermi oltre, ero turbata, scoprendomi ad amare e rifiutandolo,
certa che non poteva essere altro che una parvenza del mio
unico amore. Allo stesso tempo, mi vedevo e sapevo amata come avrei
voluto, al di l di qualsiasi desiderio carnale - almeno per quanto mi riguardava
-, e ci mi bastava a darmi gioia e allegria. Qualche giorno dopo,
ricevetti un altro biglietto:
A lungo ho cercato la solitudine, la calma delle belle ombre, tutte cose che oggi
mi appaiono noiose e senza attrattive. Cosa vuol dire,  una nuova malattia?
Vorrei che Vostra Altezza consultasse il suo libricino per sapere se i suoi sentimenti
corrispondono ai miei... Mi affido alla grazia di Vostra Altezza tante volte
per quante foglie ci sono nel giardino che contemplo dalla mia finestrella.
La nostra corrispondenza si increment, con questo tono di confidenza e
di dolce abbandono, tanto che decidemmo non di mettervi un freno, ma di
ricorrere a degli stratagemmi per sviare i sospetti che tante lettere avrebbero
potuto far nascere in mio marito. Pietro avrebbe indirizzato
le sue a Lisabetta, una delle mie dame di cui mi fidavo; e io avrei firmato le mie - pi
sporadiche - con le iniziali F.F., Felice Ferrarese. Felice, in effetti lo ero, totalmente
presa da questo amore privo di colpe, dalla deliziosa tortura della
separazione, presagio di un radioso nuovo incontro. Inviai a Pietro un
boccolo dei miei capelli, affinch il mio silenzio gli pesasse meno, ma anche
perch capisse che il dono di me stessa si limitava a questo e che intendevo
porre il nostro amore su un piano pi alto. Ma non aveva conosciuto
la morte del cuore nella morte dell'amato, quindi non riusc ad adeguarsi
alle esigenze di un amore che richiedeva l'estraniamento da s, e i suoi biglietti
si fecero pi frequenti, pi ardenti. La mia unica colpa fu di non avere
troncato allora, cosa che mi avrebbe sollevata, ma temevo di soffrire e di
ritrovare una solitudine in cui non mi sarebbero pi giunte le eco del delizioso
fervore al quale mi ero abbandonata.
Nel giugno 1503, Alfonso part per la Francia. Qualche giorno dopo, la
peste colpiva la citt, portata da un ragazzo di Pesaro. Mio suocero si ritir
a Belriguardo con don Ferrante che invece avrebbe preferito restare
con me e le dame, come il fratello don Giulio: andammo in campagna,
passando da una villa degli Este all'altra, tra un susseguirsi di pranzi
campestri, e, alla sera, balli e musica, alla luce delle torce sistemate nelle
logge e alle finestre. Avevo portato con me Niccol da Padova, il cantore
al mio fianco da Roma, e il suo amico Dionisio da Mantova, da tutti soprannominato
Pappino: aveva fatto parte della corte di Isabella - contro
la quale recriminava come Tebaldeo, e per le stesse ragioni -, suonava il
liuto d'incanto e si era messo al mio servizio non appena gli avevo garantito
lo stesso trattamento annuale del maestro Niccol, ovvero di novantasei
livree l'anno. Entrambi, oltre a cantare le frottole che avevano composto
e le canzoni ispirate a Virgilio e Petrarca, musicarono alcune odi di
Pietro Bembo che furono altrettante carezze per il mio cuore e che cullarono
i miei sonni. Alla fine, la peste cess, Alfonso annunci il
proprio rientro e io tornai a Ferrara senza rimpianti, sicura
di ritrovarvi Pietro,
ospite degli Strozzi.
Presto venni a sapere che Pietro si era ammalato al suo arrivo. Temettero
che avesse portato con s la peste. L'11 agosto mi recai al suo capezzale
assieme ad alcune mie dame, certa che la mia vista e presenza gli sarebbero
stati di dolce conforto e avrebbero costituito la pi potente delle
medicine. Mi sedetti accanto al letto, gli accarezzai la fronte febbricitante
e i bei capelli neri, gli vietai di parlare: che ascoltasse piuttosto i
miei consigli e le risate delle dame! Poi feci ritorno a Castel Vecchio.
Nessuno trov da ridire su questa visita, allo stesso modo qualche mese
prima mi ero recata al capezzale di una delle mie cortigiane, allora sofferente,
cosa che aveva provocato alcune voci: da dove mi veniva tanta
umanit, e perch mi muovessi per una cosa tanto lieve?. Ma Alfonso
mi aveva dato ragione, e ci aveva messo a tacere i seccatori. Due giorni
dopo, ricevetti un biglietto:
All'improvviso ho ritrovato la salute come se avessi bevuto un elisir divino. A
questo, avete prestato quelle care e dolci parole, piene d'amore e di gioia, traboccanti
di un conforto che mi versava la vita... Bacio questa mano, la pi dolce
che un uomo abbia mai baciato, non dico la pi bella poich niente di pi
bello di Vostra Signoria  potuto nascere.
Avevo compiuto per lui ci che ogni donna onesta poteva fare, a costo
di compromettere la sua virt e onore. Lo avevo amato fino al punto in
cui una donna pu misurare la forza del proprio amore, nella malattia e
nella debolezza dell'uomo che ama. Mentre rientravo nei miei appartamenti,
il cuore mi batteva un po', percepivo con un sentimento di piacere
misto a malinconia, che il nostro amore aveva toccato il suo apice e
che ora ormai non poteva che decrescere.
Una settimana dopo, a Medelana, mi sorprese l'annuncio della morte
di mio padre. Pietro venne a trovarmi da Ostellato - io non lo vidi -, come
ho gi raccontato, mi fece recapitare una lettera di condoglianze:
Avevo io stesso bisogno di consolazione, io che ero venuto a darne, e tornai,
con l'anima straziata da quello spettacolo meritevole di piet, muto e balbettante
allo stesso tempo, come senz'altro avete notato, o come avreste potuto notare.
Forse non avevate bisogno n dei miei lamenti n della mia consolazione, poich,
conoscendo la devozione e la fedelt che nutro per voi, sapete anche quanto dolore
mi provochi il vostro dolore, e la saggezza che vi contraddistingue vi offriva
da s motivi di acquietamento, senza che doveste aspettarli da altri...
Malgrado i nostri incontri, le mie confidenze, non aveva capito: non
provavo alcun dispiacere per la morte di mio padre, il pensiero era rivolto
ai miei figli, cosa sarebbe stato ora di loro, privati della protezione che
costituiva l'autorit pontificia? Pi che mai mi tornava alla mente il motto
di Lorenzo il Magnifico: Di doman non v' certezza. Solo l'ultima
frase della lettera toccava le mie preoccupazioni: Le attuali circostanze
esigono che non vi esponiate in modo che non si possa credere che voi
deploriate meno la situazione che la fortuna vi ha fatto perdere, rispetto
a quella di cui godete ancora.
Non ero pi la figlia del papa. Sarei stata in grado di diventare la duchessa
di Ferrara? Presi il mio libro delle ore e vi cercai i pensieri che vi
avevo annotato dopo la morte di Alfonso: Spezzati, o cuore, che io devo
tacere.
Questa volta il mio cuore non era spezzato - un cuore che ama non si
spezza mai due volte, e, mio padre non lo amavo da molto tempo -, ciononostante
dovevo tacere.
...
Dopo la morte del papa, gli Orsini, i Baglioni e tutti i nemici della nostra
famiglia - o dovrei forse scrivere di Cesare - si vendicarono sui nostri
vecchi familiari e sollevarono contro di loro la popolazione di Roma.
La casa di Vannozza fu saccheggiata, il Palazzo Matuzzi invaso, e madonna
Isabella, che era una figlia che mio padre aveva avuto prima di conoscere
mia madre e che era sposata a Pietro Matuzzi, fu condotta, con
la figlia Laura, nella Rocca di Bracciano, dove furono violentate e imprigionate.
Quasi tutti i membri della nostra famiglia che si trovavano a Roma
si rinchiusero a Castel Sant'Angelo, tranne Cesare che, malato, era
trattenuto nei suoi appartamenti in Vaticano: il fedele
Micheletto Corella lo curava. Non mi preoccupavo per i miei
figli in quanto erano sotto la
protezione del nostro parente, il cardinale di Cosenza, e dei prelati spagnoli.
Verso met settembre, venni informata della loro partenza da Roma:
andavano a cercare rifugio a Civita Castellana, accompagnati
da Sancia, alla quale la morte di mio padre restituiva la
libert dopo un anno di
prigionia, e di quella famosa Dorotea Caracciolo un tempo rapita da Cesare
e che, essendone divenuta l'amante, era rimasta volentieri al suo
fianco. Allora la fortuna di mio fratello scemava, e lei intendeva tornare a
Venezia dal marito, cui avrebbe detto di essere stata trattenuta con la forza
dal Valentino.
Anche Cesare lasci Roma, bench fosse malato: tramite il cardinale di
Cosenza, il Sacro Collegio lo aveva pregato di farlo, per evitare che la sua
presenza turbasse il conclave che stava per aprirsi. Ben protetto dai suoi
uomini, seguito da una scorta importante e da numerose cortigiane, si fece
trasportare su una lettiga foderata di raso rosso fino a Nepi da dove
avrebbe tentato di consolidare la sua potenza sulla Romagna. Le citt gli
restavano fedeli e poteva costituire delle truppe: Micheletto, minacciando
il cardinale tesoriere di buttarlo dalla finestra, aveva sottratto alla rapacit
dei prelati l'argenteria e le casse d'oro di mio padre. Ma aveva dimenticato
la cassetta che custodiva i gioielli e le pietre preziose...

 Capitolo 32.
Amori che muoiono...

(Diario, 8 giugno 1519.)
Dopo la morte di mio padre, eravamo ansiosi di sapere chi sarebbe stato
il nuovo pontefice. In attesa dell'apertura del conclave, i prelati ostili
alla nostra famiglia diffusero le notizie pi infamanti, riassunti in una lettera
di Francesco Gonzaga alla moglie Isablla:
Quando il papa era malato, inizi a parlare in un modo tale che le persone che
lo circondavano non comprendevano ci che diceva; pensarono delirasse, nonostante
fosse assolutamente lucido. Gridava: Arrivo,  giusto, ma aspetta ancora
un po'!. Coloro che erano a conoscenza del segreto rivelarono che dopo la morte di papa Innocenzo ottavo, durante il conclave aveva fatto un patto con il diavolo, comprando il pontificato al prezzo dell'anima. Tra le altre condizioni, era stato deciso che avrebbe vissuto dodici anni ancora per godersi il soglio di Pietro, cosa che avvenne con un supplemento di quattro giorni. Si dice che  abbiano visto sette demoni nel momento in cui spirava. Una volta morto, il corpo si mise a bollire, e dalla bocca fuoriusc della schiuma, come da un paiolo sul fuoco,
e ci dur fino a quando non fu sepolto. Fu inumato senza grandi cerimonie,
poich nessuno voleva toccarlo. In breve, le sue esequie furono miserabili al
punto che quelle della moglie nana dello zoppo di Mantova, dopo queste, possono
sembrare dignitose.
Si diceva anche che, non riuscendo a sistemare il corpo nella bara, ve lo
fecero entrare a pugni, e che lo seppellirono in fretta, senza ceri n preghiere,
nella cappella di Santa Maria delle Febbri. Si diceva anche che mio padre
fosse morto per il veleno che aveva fatto versare nel vino del padrone di
casa, il cardinale di Cometo, e che lui e Cesare avevano bevuto per errore.
Mio fratello sarebbe stato salvato dal suo medico Torella, essendo stato costretto
da questi a immergersi tra gli intestini caldi di una mula appena
sventrata,e poi in una vasca di acqua gelata. Si diceva qualunque cosa.
Mio suocero, il duca Ercole, non credeva a nessuna di queste corbellerie,
gli bastava essersi liberato di mio padre, cos come confess al suo
ambasciatore a Milano: Per l'onore del Signore Iddio Nostro e per il
bene universale della cristianit, Noi abbiamo pi di una volta desiderato
che la divina bont e la provvidenza ci provvedesse di un pastore buono
ed esemplare, e che eliminasse dalla sua Chiesa un simile scandalo.
Ero la figlia di questo scandalo e la nuora del duca Ercole... Il re di
Francia gli scrisse affinch spingesse il figlio a ripudiarmi, poich, sosteneva:
Lucrezia non  realmente la moglie di Alfonso d'Este poich questo
matrimonio  stato imposto.
Ma non avevo nulla da temere, mio suocero era troppo avaro per disfarsi
di me, e della dote che avevo portato a Ferrara. Quanto ad Alfonso,
fu indignato: Si vede come i favori degli oltramontani sono fallaci!.
Moltiplic i pubblici gesti di stima nei miei confronti e pretese, contro
il volere del padre, che casa sua prendesse almeno il mezzo lutto. Non
chiedevo tanto, poich sapevo fin troppo bene con quale ipocrisia si pagano
i cortigiani.
...
Il 22 settembre 1503 fu eletto papa, all'unanimit dei voti eccetto il
proprio, il vecchio cardinale Piccolomini che, volendo onorare la memoria
dello zio Pio II, si chiam Pio III. Ne fui enormemente felice poich
onorava il suo nome, essendo devoto e di costumi austeri. Ma mor meno
di un mese dopo la sua elezione, per le conseguenze di una malaugurata
operazione. E il primo novembre fu il pi temibile nemico della nostra
famiglia a salire sul soglio di Pietro: il cardinale Giuliano della Rovere.
Per superbia, e quasi fosse una sfida lanciata a mio fratello Cesare, prese
il nome di Giulio II, rammaricato che in tempi lontanissimi fosse esistito
prima di lui uno sconosciuto papa Giulio I.
Durante il breve pontificato di Pio III, a Cesare furono confermati i
suoi privilegi sia nelle cariche di vicario generale che di gonfaloniere della
Chiesa, in quanto il papa gli era in parte debitore per la sua elezione:
mio fratello aveva raggruppato i voti dei prelati spagnoli e francesi per
tenere in scacco le ambizioni del cardinale Giuliano. Ma, allo stesso tempo,
i signori dei feudi romagnoli conquistati dal Valentino, sostenuti da
Firenze e dalla Serenissima, e di nascosto dal re di Francia, cercarono di
recuperare i loro possedimenti. Fu cos che Guidobaldo di Montefeltro e
la moglie Elisabetta tornarono a Urbino - i cui abitanti erano rimasti
molto affezionati ai loro signori -, mentre i Bentivoglio rientravano
trionfalmente a Bologna, imitati dai Baglioni a Perugia, e dai Varano a
Camerino. Perfino il mio primo marito, Giovanni Sforza, riguadagn la
sua contea e mostr una ferocia che sorprese tutti tranne me: lo conoscevo
fin troppo bene. Non appena rientrato, tra i cittadini che fece mettere
a morte con l'accusa di avere patteggiato con il nemico, ci fu il poeta
Pandulfo Collenuccio, la gloria di Pesaro: era uno dei nostri amici e avevo
avuto il piacere di accoglierlo a Ferrara. Solo le citt di Cesena e Forl
rimasero fedeli a Cesare, e da l contava di recuperare i lembi sparsi del
suo principato.
Seguivamo tali avvenimenti con apprensione. Alfonso e mio suocero a
causa delle ambizioni non dissimulate della Serenissima che sperava di
accaparrarsi Faenza in modo da costituirne un avamposto contro il ducato
di Ferrara, io a causa dei miei figli: malgrado le mie suppliche e i
pianti, il duca Ercole rifiut di farli venire presso di noi. Pretendeva che
Rodrigo, il mio piccolo duchetto di Bisceglie, andasse in Spagna per essere
educato alla corte di Gandia: i beni che gli appartenevano in Italia
sarebbero stati venduti in vista di un futuro appannaggio. Mi sottomisi a
questa decisione senza protestare, bench mi spezzasse il cuore. Quanto
a Giovanni, il figlio che avevo avuto da Pedro Calds e che veniva chiamato
l'infante Romano, lo affidai alle cure del cardinale di Cosenza. Ma
queste sistemazioni mi sembravano ridicole: i Re cattolici non nascondevano
l'odio che nutrivano contro la nostra famiglia, e il cardinale di Cosenza
non mi sembrava in grado di affrontare papa Giulio II, il cui furore
contro i Borgia non era minore. Ai miei occhi, l'unico che potesse garantire
la salvaguardia dei miei figli era Cesare, visto che almeno riteneva
sacro l'onore del sangue: perci impegnai i miei gioielli in modo da comprargli
dei soldati che lo aiutassero a conservare le sue piazzeforti di Romagna.
Ebbi il tacito assenso di mio suocero e Alfonso che, per il tornaconto
della politica di difesa di Ferrara, fecero finta di nulla e in questo
senso risposero alle lamentele degli ambasciatori di Firenze e della Serenissima
sull'appoggio che fornivo al Valentino.
Papa Giulio secondo moltiplic le gentilezze nei confronti di Cesare e gli diede
numerose prove di buona intesa: promise di ridargli la carica di gonfaloniere
della Santa Sede, gli mise a disposizione un appartamento in
Vaticano, gli concesse il comando del porto di Ostia, invi brevi che ordinavano
alle fortezze ribelli di sottomettersi a mio fratello,
sollecit a Firenze un salvacondotto che gli consentisse di attraversare la Toscana con
le sue truppe. Lo spinse anche a rompere il fidanzamento della figlia Luisa
con Federico Gonzaga per poterla sposare al nipote Francesco Maria
della Rovere. Cesare ebbe l'ingenuit di credere che la parola altrui sarebbe
stata mantenuta molto meglio della propria.
In realt Giulio secondo faceva il doppio gioco, cos come emerge da una lettera
che invi in quei giorni all'ambasciatore della Serenissima:
Certo, gli abbiamo promesso alcune cose, ma tuttavia non pensiamo che la
Nostra promessa vada al di l della conservazione della sua vita, del suo denaro
e di ci che ha rubato, bench ne abbia dissipato la gran parte.  Nostra intenzione
che i suoi stati facciano ritorno alla Chiesa, e Ci auguriamo di avere l'onore
di recuperare ci che i Nostri predecessori hanno a torto alienato.
Sperava di servirsi di Cesare per neutralizzare le brame della potente
Serenissima e, in seguito, di questa per eliminare Cesare. Scrisse di nascosto
a Firenze per invitare la municipalit a rifiutare il salvacondotto,e
alle citt di Romagna per incitarle a sollevarsi. Essendo negativa la risposta
di Firenze, mio fratello ottenne dal papa l'autorizzazione per recarsi a
Ostia da dove si sarebbe imbarcato per raggiungere Genova e da l i feudi
romagnoli. Fu allora che Giulio secondo gioc le sue carte: il 22 novembre fece
arrestare mio fratello a Ostia, con l'accusa che rifiutava di ordinare la
resa alle sue fortezze romagnole. Il 24 nomin un governatore della Romagna,
e il 29 fece incarcerare Cesare in Vaticano, mentre dava ordine di
far parlare Micheletto Corella con la tortura, senza per ottenere nulla;
lo fece allora imprigionare nella Torre di Nona.
...
Con Cesare impotente, le angosce sulla sorte dei miei figli s'accrebbero.
Fino all'inverno rimasero a Civita Castellana sotto la protezione di
mio fratello Jofr. Li aveva raggiunti anche nostra madre Vannozza, portando
con s i figli di Cesare, due bambini e una bambina che aveva avuto
da tre dame diverse, e l'ultimo figlio di mio padre, che aveva avuto un
anno prima da una giovane romana.
Alla fine di quello stesso anno 1503, le armate francesi che ancora occupavano
il Regno di Napoli furono sbaragliate sulla riva del Garigliano
dal capitano Gonzalvo de Cordoba e, non appena ristabilita la
pace, Sancia torn a vivere nella citt della sua infanzia.
Bench fosse sempre sposata
con Jofr, si era messa sotto la protezione del condottiero Prospero
Colonna, impegnato al servizio di Gonzalvo de Cordoba, e gli si offr come
amante. Fu cos che raggiunse Napoli sotto la protezione di soldati
spagnoli. Era riuscita a convincere il cardinale di Cosenza ad affidarle il
piccolo Rodrigo, affinch fosse educato nella famiglia del padre visto che
era stato rifiutato da quella di cui era entrata a far parte la madre, e me lo
aveva fatto sapere per ottenere la mia autorizzazione. Il duca Ercole ne
fu contrariato, ma io ero sollevata: avrei potuto, anche se da lontano, vegliare
sul mio bambino dato che restava in Italia.
Chiesi al cardinale Pedro Luis Borgia, nipote di mio padre, cavaliere di
San Giovanni di Gerusalemme e arcivescovo di Valenza, di prendersi
l'incarico della tutela di Rodrigo. Nella primavera del 1504 mio figlio era
a Napoli, lontano dagli intrighi romani e lontano dai nemici della nostra
famiglia. Ma anche lontano da me. Misi a tacere il mio dolore. Sancia
non volle tenerlo con s poich, essendo diventata l'amante di Gonzalvo
de Cordoba che era stato nominato dai Re cattolici vicer di Napoli, conduceva
una vita fastosa in cui si susseguivano feste, balli e viaggi, che non
le lasciavano il tempo necessario per occuparsi di un bambino; lo affid
a donna Isabella di Aragona, vedova di Gian Galeazzo Sforza che accoglieva
adolescenti nella sua villa di Bari per istruirli ed educarli, al fine di
farne dei gentiluomini pronti a ridare smalto alla sua corte e a difendere
il ducato. Ne fui molto soddisfatta, certa dell'amicizia che donna Isabella
nutriva nei miei confronti e della nobilt dei suoi propositi. Fu stabilito
che Rodrigo, al suo servizio in qualit di paggio, sarebbe stato affidato
ai migliori precettori e che io avrei nominato un intendente per amministrare
il suo ducato di Bisceglie. Dovevo solo essere felice per una simile
sistemazione: Sancia mor due anni dopo, molto giovane. Gonzalvo de
Cordoba le fece fare dei funerali magnifici.
Dovevo preoccuparmi anche della sorte di mio figlio Giovanni. Venni a
sapere che sarebbe rimasto a Roma, anche se sotto la protezione del cardinale
di Cosenza. Io non potevo intervenire in alcun modo, quindi, facendo
tacere la mia apprensione, mi rassegnai a saperlo cos vicino a quel
papa Giulio secondo che temevo si vendicasse su di lui della nostra famiglia.
A causa di tali tormenti, pian piano mi distaccai da Pietro Bembo, nonostante
fossimo assai vicini l'uno all'altro: egli soggiornava a Ostellato e
io ero rimasta a Medelana a causa della peste che imperversava a Ferrara.
Dopo il nostro ultimo incontro, in ottobre, era rientrato a Venezia per affari
lasciandomi un biglietto che mi angosci:
La mia unica speranza  di potere contemplare ancora una volta la mia dolce
met, senza la quale non solo sono incompleto, ma non sono nulla; perch ella
non solo  la met di me, ma anche il mio tutto, e lo sar sempre; ed  quella la
pi dolce delle felicit umane, e non posso acquisire nulla di pi caro se non a
costo di perdere cos me stesso, per passare il resto della vita con una sola e unica
idea, fino a quando in due cuori vivr una sola e unica volont e un solo fuoco,
che ha la fortuna di vivere tanto a lungo quanto lo desiderano i cuori, per
poco che i cieli si confacciano alla loro volont.
La nostra reciproca simpatia e l'intimit che richiedeva - per quanto
puro fosse questo amore - avrebbe destato sospetti in mio marito. Come
avrebbe potuto capire Alfonso questo legame che io volevo separato da
qualsiasi risvolto carnale, e innalzato ben al di sopra di un amore volgare?
Pietro Bembo e io continuammo a scriverci di nascosto. Tornato
a Ferrara mentre vi facevo anche io ritorno per le feste di
fine anno, ebbe
modo di valutare il pericolo che correvamo a causa della gelosia di mio
marito, e si mostr quindi discreto e prudente. Ne soffr pi di me poich,
come ho gi detto, ero allora assai preoccupata per la situazione dei
miei figli e mi occupavo solo di quello. Dovette tornare a Venezia a causa
della morte di un fratello minore, che amava molto, e mi promise di
tornare presto. Gi nel gennaio 1504 mi invi il suo Agnus Dei, pregandomi
di portarlo la notte: Cos che quel caro albergo del vostro prezioso
cuore sia almeno tocco da quel cerchio che lungamente ha tocco l'albergo
del mio.
Lui portava sempre accanto al cuore un boccolo dei miei capelli che gli
avevo donato l'anno precedente. Con quel gesto intendevo fargli capire
che non avrebbe dovuto sperare di pi da me, dal mio corpo. Aggiungeva:
State certa qui e ovunque, nella tristezza come nella gioia, sar sempre
il fedele eliotropio del quale sempre sarete il sole... Non fidatevi di
nessuno fino a quando non ritorner accanto a voi. Cosa che far certamente
a Pasqua se sar ancora in vita.
Non torn. Per tutto l'anno del 1504 non ci vedemmo, e diradai le lettere,
cosa di cui si lament con amarezza. Per quanto lo amassi teneramente,
avevo deciso di mettere fine a questa relazione che mi dava le vertigini
a causa della passione che risvegliava nel mio amico. Fu cos che, in
un lento e silenzioso logorio, morirono i nostri amori, di cui Pietro Bembo
mi invi un ultimo pegno, il pi prezioso che una donna possa sognare:
il libro Gli Asolarti al quale aveva lavorato quando era vicino a me, alla
dolce luce degli albori della nostra relazione. Me lo aveva dedicato in
termini galanti:
In tutti gli atti cortese come nelle parole
Non sono felice se non quando rifletto la vostra presenza
Posso mai aspirare ad una guida migliore per la mia piuma che voi stessa?
Ovunque mi trovi, non sono comunque rivolto a voi
Come verso il sole l'eliotropio?
Questa dedica suscit l'invidia di mia cognata Isabella, che incit Alfonso
a vedervi la prova del mio tradimento: la gelosia di mio marito
esplose e per la prima volta fu freddo nei miei confronti. Neanche il
complimento che mi invi poco tempo dopo il tipografo Aldo Manuzio,
assieme alla sua splendida edizione dell'opera, riusc a far ragionare Alfonso:
Il vostro principale desiderio, cos come lo avete voi stesso tanto nobilmente
dichiarato,  di piacere a Dio e di essere utile non solo ai vostri contemporanei,
ma alle generazioni future, in modo che abbandonando questa vita possiate lasciare
dei monumenti che provino che non  invano che avete vissuto.
 questa la domanda che mi pongo oggi...

 Capitolo 33.
Gli Atridi.

(Diario, 9 giugno 1519.)
Malgrado le gioie intime che mi port, l'anno 1504 fu un anno di tristezza.
Alla freddezza che mi mostrava mio marito si aggiungeva l'inquietudine
per il figlio rimasto a Roma. Mi giunse poi l'eco delle prove
che stava sopportando mio fratello Cesare: per quanto gli fossi poco affezionata,
provavo per lui piet. Povero Cesare! Non aveva capito che
privato dell'appoggio di nostro padre, che in qualit di pontefice amministrava
l'universo, non era pi nulla. Pensavo a lui senza rammarico,
e ormai senza amarezza. Il 26 aprile, dopo esser stato liberato da papa
Giulio secondo in cambio della rinuncia definitiva al ducato di Romagna, si imbarc
a Ostia per raggiungere Napoli, dove sbarc due giorni dopo. Fu
ricevuto con onore dal vicer Gonzalvo de Cordoba, con affetto da Jofr
e da nostro cugino il cardinale di Cosenza, che l si erano rifugiati, e perfino
da Sancia che giocava alla viceregina. Ma l'odio dei Re cattolici lo
raggiunse fin l. La regina Isabella si era gi lamentata presso papa Giulio
II, con il pretesto di difendere gli interessi del papato:
Guardiamo con profondo dispiacere alla venuta del duca di Valentinois, e
non solo per ragioni puramente politiche. Poich, come sapete, abbiamo orrore
di quest'uomo per la gravit dei suoi crimini, e Noi non abbiamo alcun desiderio
che si possa pensare che un individuo con una simile reputazione sia al Nostro
servizio, anche se venisse da Noi carico di fortezze, uomini e denaro. Per
cui abbiamo scritto a Gonzalvo de Cordoba, duca di Terranova, che Ci mandi il
duca, munendolo di due galere per la traversata in modo che non possa fuggire
altrove. Gonzalvo potr mandarlo o al re dei Romani (Massimiliano) o in Francia,
affinch raggiunga la moglie. Sarete cos cortese da spiegare a Sua Santit
con quale amarezza considereremmo l'affronto che gli sarebbe fatto se il duca
di Valentinois fosse ricevuto a Napoli, e rassicurarlo che non vi sar ospitato, n
tanto meno sar autorizzato a raggiungere altre province da cui poter portare
nocumento alla pace di Sua Santit.
Ma il papa aveva ottenuto da Cesare la resa e capitolazione della sua ultima
piazzaforte e, non avendo pi nulla da temere da lui, lo fece sapere
alla regina Isabella. Questa allora addusse a pretesto che la duchessa di
Gandia, vedova di nostro fratello Giovanni, avesse fatto appello a lei affinch
vendicasse l'assassinio del marito, e pretese da Gonzalvo de Cordoba
che, a disprezzo della parola data arrestasse Cesare, al quale aveva
accordato un salvacondotto. Lo scandalo per il disonore cui i Re cattolici
avevano costretto il loro vicer fu enorme, e la riprovazione generale.
Lo scaltro Luigi dodicesimo se ne lament: La parola del re di Spagna ha tanto
poco valore quanto la fede cartaginese!.
In ogni caso non intervenne in favore di mio fratello, che aveva abbandonato
da molto tempo, e lo priv dei suoi beni e benefici francesi... Cesare
rimase prigioniero fino all'autunno, quando Isabella la cattolica pretese
da Gonzalvo de Cordoba che lo mandasse in Spagna. L lo fece rinchiudere
nella fortezza di Chinchilla. Malgrado le lettere che, messo da
parte l'orgoglio, inviai al papa Giulio II, malgrado quelle che feci recapitare
a Francesco Gonzaga, nessuno os intervenire presso i Re cattolici
affinch rendessero la libert a Cesare. Finalmente, per, il 26 novembre
1504 la regina Isabella mor, soffocata dalla propria acidit e dal disamore
del marito.
Quell'inverno, a Ferrara, le preoccupazioni furono tante: mio suocero,
il duca Ercole, si ammal e capimmo presto che non si sarebbe pi ripreso.
In quel periodo mio marito era in Inghilterra. Gli inviammo dei
corrieri, poi il cardinale Ippolito e i maggiori nobili vennero solennemente
a pregarmi di prendere la reggenza nel caso in cui il duca fosse
venuto a mancare prima che Alfonso avesse fatto ritorno. Alfonso arriv
in tempo per l'ultimo sospiro e ricevere la benedizione del padre, che
spir il 25 gennaio 1505 mentre Vincenzo Modenese suonava il clavicembalo
perch ascoltasse un'ultima volta quella musica di cui andava
matto. Mor in pace, con il rimpianto di non aver rivisto la figlia Isabella,
cui era affezionato pi che agli altri figli; ma mia cognata aveva addotto
numerosi pretesti per non venire a Ferrara.
Il duca Ercole ebbe funerali sontuosi, venne eseguita la messa che aveva
composto per lui il suo maestro di cappella fiammingo, Josquin des
Prs. Successivamente mio marito fu incoronato duca di Ferrara, e assistei
alla proclamazione dalla loggia del palazzo. Aveva nevicato, era tutto
bianco, pulito, come di una purezza ritrovata simbolo di buon augurio
per il regno di Alfonso. Per la prima e ultima volta, mi agghindai splendidamente
in qualit di duchessa di Ferrara: su un vestito di broccato
oro e cremisi, avevo messo una lunga tunica di seta bianca raggiata d'oro
e foderata di ermellino, e i gioielli pi preziosi - rubini e diamanti - mi
scintillavano sulla fronte, sul collo, sulle mani. Dovevo essere al massimo
del mio splendore per onorare il mio sposo e sovrano che, vestito di
bianco, venne a prendermi porgendomi la mano per farmi sedere al suo
fianco, alla presenza di tutta la corte.
Una delle prime disposizioni ordinate da Alfonso fu di accordarmi, di
sua volont, l'autorizzazione a far venire nei nostri stati mio figlio l'infante
Romano. Lo affidai ad Alberto Pio, signore di Carpi nonch nipote
e discepolo di Giovanni Pico della Mirandola, affinch lo educasse.
Mio marito aveva dimenticato ogni risentimento verso di me e vivemmo
un periodo di pace che non fu turbato dal passaggio di Pietro Bembo da
Ferrara nel mese di aprile. Lo incontrai brevemente e, se lui conservava
per me sentimenti ardenti, io mi ero invece distaccata da lui conservando
altres il ricordo malinconico e immarcescibile del nostro puro amore.
Quando Pietro torn a Ferrara, in giugno, l'incontro fu tranquillo poich
finalmente mi amava come volevo che facesse, al di l di ogni slancio della
carne e anche del cuore.
...
Avevo l'impressione che il mio matrimonio avesse preso uno slancio
nuovo, pi intimo, pi dolce. Alfonso e io avevamo capito che l'unica inclinazione
che potevamo avere l'uno per l'altro era quella del rispetto reciproco,
e che non eravamo in grado di amarci. Quando ci arrendemmo
davanti a tale evidenza, tra di noi ci fu un certo disagio che ci impegnammo
a superare attraverso vicendevoli testimonianze di fiducia. Accettai
di mandare via le mie ultime dame spagnole e romane per circondarmi
unicamente di ferraresi. Alfonso mi chiese di assisterlo nella gestione dellostato presiedendo la Commissione delle Suppliche. L'esperienza acquisita
un tempo con il comando di Spoleto, e poi con la carica alla guida
della Chiesa, mi fu utilissima: feci meraviglie e su ci concordano anche
i miei nemici. Nonostante il lutto per la scomparsa di mio suocero -
confesso di non avere pianto - dovevo comunque organizzare ricevimenti,
banchetti e feste in onore degli ambasciatori o dei nostri
ospiti di passaggio. Mi impegnavo anche se era faticoso, visto
che ero incinta, e a Ferrara
conoscevamo tempi nefasti: la peste e i cattivi raccolti, e successivamente
la carestia. Il 19 settembre 1509 nacque mio figlio Alessandro, che
visse un solo mese. A causa dell'epidemia mi ero recata a Reggio per partorire
e, ancora dolente per la morte del mio bambino, decisi di andare
nella villa di Belriguardo per rimettermi. Fu allora che
Francesco Gonzaga mi invit ad andare a trovarlo nella sua
residenza di Borgoforte e accettai
con sollecitudine nella speranza di trovarvi un diversivo alla mia
sofferenza. Ne scrissi troppo tardi ad Alfonso perch potesse impedirmelo,
affermando che Isabella aveva aggiunto il suo invito a quello del
marito: Malgrado il desiderio che ho di vedervi, domani andr a far visita
all'illustre marchese poich, per quante obiezioni abbia potuto sollevare,
ho dovuto cedere su tutti i fronti.
Avevo bisogno di prendere un po' le distanze. Se Alfonso ne fu contrariato,
non lo diede a vedere.
Passai due giorni nella Rocca di Borgoforte con Francesco Gonzaga,
che la moglie aveva avuto il buon gusto di non accompagnare. Passai due
giorni deliziosi in questa villa fortificata e circondata da graziosi stagni e
boschetti, accarezzati dolcemente dal pallido sole che filtrava attraverso
la bruma. Il marito di mia cognata si mostr galante, premuroso e perfino
un po' intraprendente. Seppi resistergli senza offenderlo. Poi ci recammo
a Mantova, dove Isabella mi ricevette fastosamente. Le piacque
farmi visitare il suo studiolo, la grotta - dove rividi con un tuffo al cuore
il Cupido dormente un tempo appartenuto a Elisabetta di Urbino - e la
camera delle feste dipinta dal Mantegna. Ammirai la sua biblioteca, contemplai
divertita i gioielli e le pietre preziose che mi mostrava per suscitare
un'invidia nella quale lei sperava, ma che io non provavo. Ma soprattutto
visitai la citt, molto pi bella di Ferrara: ogni cosa  dolce, dalla
biondezza delle mura, al grigiore tenue dei palazzi, fino al tracciato
delle strade che scorre nella curvatura del fiume, o alla luce irreale dell'autunno
morente. Ero innamorata di Mantova e Isabella credette lo
fossi di suo marito. Ne ridevo tra me e me, e ci lasciammo meno amiche
che mai.
Il 31 ottobre Francesco e io ascoltammo la messa nella cattedrale, dove
mi fece ammirare lo schizzo dello splendido mausoleo che Isabella e lui
stavano facendo costruire per conservarvi il corpo della beata Osanna,
morta quattro mesi prima. Poi mi accompagn fino all'imbarcadero: mi
aveva messo a disposizione la sua nave personale, pi veloce della mia.
Arrivai a Belriguardo in meno di due giorni.
...
Felicissima di ritrovare la mia dimora preferita, dovetti improvvisamente
affrontare il peggiore dramma che si potesse immaginare. Ero appena
arrivata che mio cognato, il cardinale Ippolito, si fece annunciare.
A questa notizia, mia cugina Angela Borgia impallid e mi preg di congedarla
per il resto della giornata poich mi disse che preferiva restare
nella sua stanza per non incontrare il prelato. Essendo incinta di don
Giulio, il bastardo d'Este, era stanca, o almeno fu quello che pensai e le
accordai il permesso di ritirarsi. Qualche ora dopo, invece del cardinale,
fu don Giulio ad arrivare. Fu portato disteso su una barella di fortuna:
rantolava sordamente e aveva il viso insanguinato. Le mie dame vedendolo
si misero a urlare, alcune svennero. Mi accorsi immediatamente che
era grave e quindi mandai a chiamare a Ferrara i migliori chirurghi. Nell'attesa,
lavai delicatamente il viso del ferito scoprendo con orrore che un
occhio era quasi stato cavato dall'orbita e che all'altro mancava la palpebra.
Numerose staffilate gli segnavano il naso e la fronte, ma anche i palmi
delle mani, come se avesse tentato di difendersi. Finalmente arrivarono
i medici e si misero subito a curare e sistemare il possibile: speravano
di salvare solo uno degli occhi. Fecero bere a don Giulio un liquore di
oppiato che gli alleviasse il dolore e gli permettesse di dormire un po'.
L'indomani don Giulio chiese di vedermi. Mi recai al suo capezzale e
ascoltai il racconto che mi fece, mi si gel il sangue nelle vene. Era appena
ripartito da Belriguardo, dove era venuto a trovare Angela, aveva incrociato
Ippolito, che stava arrivando scortato dai suoi scudieri. Colto da una follia
improvvisa, il cardinale aveva urlato ai suoi uomini di prendere il fratello:
Uccidetelo! Strappategli gli occhi!.
Dopo aver buttato gi dal suo cavallo don Giulio, gli sgherri si erano
scagliati contro di lui con le spade in mano e avevano eseguito gli ordini
del loro signore. Ma questi, tornando improvvisamente in s, aveva ordinato
di risparmiare il fratello e, con la scorta, era ripartito al galoppo.
Ma perch questo furore?
 Angela che deve dirvelo....
E si chiuse in un silenzio disperato.
Raggiunsi Angela nei suoi appartamenti. Aveva esaurito lacrime e singhiozzi
e stava immobile davanti alla finestra, aveva il viso pallido, il volto
tirato, gli occhi chiusi. Con un filo di voce mi raccont che da qualche
settimana il cardinale Ippolito la corteggiava e che lei si era sottratta urlandogli:
Per me gli occhi di don Giulio valgono quanto tutti i cardinali al mondo!.
Si rimise a piangere silenziosamente:
Di sicuro il cardinale ha voluto vendicarsi del mio disprezzo.
Assentii, lasciandola al proprio dolore poich rifiutava di raggiungere il
suo amante:
Non posso vederlo cos, crudelmente sfigurato. Non ce la faccio.
Quando Alfonso venne a sapere del crimine commesso dal fratello,
questi aveva gi raggiunto la frontiera dei nostri stati, ben deciso a sottrarsi
alla giustizia che credeva mio marito avrebbe sicuramente fatto. Si
sbagliava. Alfonso amava Ippolito pi di ogni altro fratello, sapeva di poter
contare sulla sua lealt, e aveva bisogno dei suoi consigli. Soprattutto
voleva evitare che trattandosi di un prelato, papa Giulio secondo lo utilizzasse
come pretesto per intervenire negli affari dei nostri stati. Quando scrisse
a Francesco Gonzaga e Isabella per raccontar loro la disgrazia di don
Giulio, essi risposero incoraggiandolo a punire il cardinale: Isabella perch
amava enormemente il suo giovane fratello bastardo, e Francesco
per puro amore di giustizia. Alfonso non li ascolt. Fece pubblicare una
versione ufficiale dell'attentato che discolpava il cardinale, e ordin a
don Giulio di riconciliarsi pubblicamente con il fratello, per il bene dellostato. La sera del 23 dicembre, alla luce di alcune torce, mio marito
presiedette all'affettata riconciliazione tra i due fratelli. Nella semioscurit,
il viso smorto di don Giulio era ancora pi spaventoso, il segno rossastro
delle cicatrici si notava sempre pi sulla pelle pallida, contrariamente
a ci che si era creduto. Ci furono delle grida di orrore, alcune donne
svennero altre si misero a piangere ripensando alla bellezza del mio giovane
cognato. Con grande sforzo e di mala voglia, don Giulio accett di
ricevere le scuse del cardinale Ippolito.
Questo dramma, aggiunto ai dispiaceri che si susseguivano dall'inizio
dell'anno - dalla morte del duca Ercole a quella di mio figlio, per non
parlare della miseria in cui versava la popolazione a causa della carestia e
dell'inverno rigido - convinse mio marito ad abbreviare il
periodo di lutto e a offrire ai suoi sudditi feste, giostre e
giochi: si videro uomini battersi
a mani nude contro maiali selvatici, leopardi correre dietro ai cani,
donne danzare su corde tese tra le torri del palazzo. Ci furono grandi
fuochi d'artificio e il carnevale, il primo del regno di Alfonso, fu scintillante:
ogni sera c'erano balli, mascherate, rappresentazioni teatrali, balletti,
concerti e gare di canto. Nelle strade il vino zampillava dalle fontane,
e per una settimana tutti ricevettero un pane e un pezzo di pollame o
del pasticcio. Erano tutti felici, avevano dimenticato le loro pene e benedicevano
il sovrano generoso, ma alcuni cortigiani ebbero da ridire su ci
che ritenevano fosse prodigalit: sicuramente il vecchio duca Ercole non
avrebbe approvato.
Mia cugina Angela Borgia partor negli ultimi giorni di dicembre e il
bambino fu affidato a una nutrice: era un maschio e fu chiamato Gilberto.
Poi fu sposata a don Alessandro Pio, signore di Sassuolo, che si lasci
abbagliare dallo sfavillio della sua dote per non vedere il suo passato assolutamente
poco virtuoso. Queste nozze furono il colpo di grazia per
don Giulio, per il quale l'amante ormai nutriva ribrezzo, e sicuramente lo
spinsero a commettere l'irreparabile. Fu in quegli stessi giorni che la mia
amica, la bella Giulia, spos a Roma sua figlia Laura a Niccol della Rovere,
nipote di papa Giulio II. Mi raccontarono che se la figlia era bella,
la madre lo era mille volte di pi. A queste notizie ritornai alla dolcezza
dei ricordi, del tempo in cui ero solo una ragazzina felice e spensierata.
...
Nell'aprile 1506, Alfonso lasci Ferrara per andare a visitare la fiera di
Lanciano e ispezionare le sue fonderie e i porti dell'Adriatico: durante la
sua assenza, il cardinale Ippolito e io avremmo governato assieme. Ricevetti
l'ordine di stare bene attenta e di scrivergli solo in caso di necessit
estrema, relativamente alla sicurezza dello stato. A corte serpeggiava l'inquietudine,
ma nessuno sapeva dire il perch. Durante l'assenza di Alfonso,
che sembr prolungarsi oltre misura, questa angoscia continu a
crescere di giorno in giorno. Alla fine del mese di giugno era a Bari, dove
fu accolto da donna Isabella di Aragona e dove vide il mio piccolo Rodrigo,
di cui mi invi magnifiche notizie, lodandone la bellezza e vivacit.
Mi si strinse il cuore, ma ero fiera che il mio duchetto avesse avuto la
fortuna di piacere a mio marito.
Il 2 luglio, il cardinale Ippolito and incontro ad Alfonso, che era a Lugo,
in territorio veneziano. Il 3 luglio, nella sorpresa generale, mio marito
fece il suo ingresso a Ferrara: avvertita dell'arrivo, lo accolsi con tanta
pi gioia perch aspettavo che mi portasse notizie di mio figlio, come
dissi alle mie dame. Ma vedendolo inquieto e con il volto teso, finsi di
preoccuparmi. L'indomani, la corte e la citt scoprirono, con meraviglia,
che Alfonso aveva fatto arrestare suo fratello Ferrante, insieme al vecchio
Albertino Boschetti, signore di San Cesario, e il genero Gherardo de Roberti,
capitano delle guardie del palazzo. Non erano riusciti a catturare
don Giulio che era fuggito a Mantova, presso Isabella. Alfonso pretese
dalla sorella la cacciata di don Giulio, e lei dovette cedere.
Conoscevo i motivi di tali arresti dal cardinale Ippolito. Don Giulio aveva
trasmesso l'odio nutrito per i fratelli, Ippolito che lo aveva sfigurato e
Alfonso che non gli aveva reso giustizia, a don Ferrante e poi a Boschetti
e Roberti: insieme avevano deciso di assassinare Alfonso e Ippolito, per
poi relegare me in qualche monastero. Ferrante sarebbe succeduto a mio
marito. Avevano coinvolto nel complotto il prete francese Gian Cantore,
un ignobile personaggio al servizio del cardinale Ippolito come ruffiano, e
che doveva la sua fortuna, presso la nostra corte, alla sua voce, davvero
molto bella. Gian Cantore voleva vendicarsi del fatto che il cardinale Ippolito
non lo avesse accettato come amante: era fuggito a Roma, ma papa
Giulio secondo lo aveva rimandato a Ferrara opportunamente scortato. Tra i
congiurati figurava anche tale Girolamo Tuttobono, che si dimostr degno
del proprio nome: fu infatti un buon informatore, ed era stato inserito
nel complotto dal cardinale Ippolito, cui riportava ogni fatto.
Il processo a don Giulio si apr non appena fu riportato a Ferrara. Don
Ferrante inizi a implorare, inginocchiandosi davanti ad Alfonso per
chiedere perdono: per tutta risposta, mio marito lo colp in faccia con la
spada, cavandogli un occhio. Tutti i congiurati furono condannati a morte
tranne Tuttobono. Il 12 agosto la sentenza fu eseguita e dovetti assistere
alla decapitazione di Roberti e Boschetti che morirono con dignit.
Arriv poi il turno dei miei cognati don Giulio e don Ferrante: non appena
posarono la testa sul ceppo, fu comunicato che per la magnanimit
del duca, loro fratello, il loro castigo era stato commutato nel carcere a
vita. Cedendo alle mie preghiere e fedele alla promessa fatta a Isabella di
lasciare in vita don Giulio, Alfonso aveva accettato malvolentieri di non
punirli commisuratamente alla gravit del loro crimine. E siccome aveva
promesso a papa Giulio secondo di non condannare a morte Gian Cantore, si limit
a farlo rinchiudere in una gabbia di ferro che fu appesa nella torre
dei Leoni. I cadaveri di Boschetti e Roberti furono smembrati, e i pezzi
inchiodati alle porte di Castel Vecchio mentre le teste erano state fissate
su picche. Quanto a Gian Cantore, dopo una settimana riusc a strangolarsi
nella gabbia: il cadavere fu trascinato per le strade e poi appeso a
una pertica sul Po fino a quando le carni non si decomposero e caddero
nelle acque del fiume.
I miei cognati, don Ferrante e don Giulio, furono murati in due stanze
del Castel Vecchio. Ora che sto scrivendo, si trovano ancora l - dopo
tredici anni! - e il cibo viene passato loro attraverso un buco praticato in
un muro del soffitto. Nessuno li ha pi rivisti... Solo qualche settimana
dopo questi terribili eventi, mia cognata Isabella venne a trovarci a Ferrara:
partecip a ogni festa, ball e perfino recit, non preoccupandosi
affatto della sorte dei fratelli incarcerati a poca distanza dai suoi appartamenti.
Famiglia terribile, che non ha nulla da invidiare alla nostra in materia
di crimini, e che mi ricordava gli Atridi di cui leggevo un tempo l'atroce
mito.
Durante il carnevale del 1507 rividi Francesco Gonzaga, appena nominato
da papa Giulio secondo capitano generale della Chiesa: di ritorno da Roma
volle fermarsi a Ferrara e si fece mio cavalier servente in occasione delle
feste date in suo onore. Tutti parlarono della gran cera e carezze di cui
lo onorai, e la gelosia di Alfonso si riaccese tramutandosi in collera quando
abortii per avere ballato troppo: La signora sperdette ieri che fu venerd
e il signore Alfonso  stato di malissimo voglia, e, secondo intendo,
pi di quello che fece quando il figliolo nato mor, per vederla tanto indebolita.
Il nostro ambasciatore si sbagliava nello scrivere queste righe. Alfonso
non era tanto furioso per il mio indebolimento - del resto non lo ero, e mi
ripresi velocemente dall'incidente - quanto, piuttosto, perch aveva constatato
che mi lasciavo corteggiare da suo cognato la cui compagnia mi risultava
molto gradita. Anche io avevo bisogno di cancellare il ricordo delle
atrocit ancora recenti di cui ero stata l'involontaria testimone. Alla fine
Alfonso ne convenne e cess di importunarmi con i suoi rimproveri. Si
rasseren tanto pi volentieri che facevo onore alla sua casata organizzando
feste che superavano in splendore quelle di Mantova e Urbino, ricevendo
fastosamente gli ospiti pi importanti, e, soprattutto, adempiendo
con seriet e competenza ai doveri della mia carica alla Commissione delle
Suppliche, cosa che mi valeva laude e comendazione perfino da parte
dei miei nemici, pi che per le belle maniere a corte.
All'inizio del mese di febbraio, mio cognato, il cardinale Ippolito, mi
preg di presiedere assieme a lui un banchetto seguito da un ballo in maschera
che dava in onore di alcuni prelati suoi amici, venuti appositamente
da Bologna, dove avevano accompagnato papa Giulio II. Questi
assediava la citt per sottometterla alla Santa Sede. Il 22 offrii una cena al
nostro ambasciatore Costabili e alla consorte, poi organizzammo una riunione
pi intima sul modello di quelle che avevo visto a Urbino, durante
le quali ognuno poteva parlare liberamente. Da quel momento, la nostra
corte di Ferrara fu pi allegra, ognuno aspettava le battute di spirito
di madonna Nicola, mia favorita, che avevo dato in sposa a Bigo de' Trotti,
ci deliziavamo con la conversazione di madonna Barbara Torelli che
alle maniere piene di grazia univa una eccezionale cultura, i cui tesori sapeva
far condividere ad arte. Spesso si univa a noi mia cugina Angela
Borgia, cos come la dolce ed elegante madonna Giovanna da Rimini. In
poco tempo la corte di Ferrara fu celebre in tutta Italia. Vi prestavo la
massima attenzione e mio marito ne fu enormemente soddisfatto. Mi
mostr la sua riconoscenza.
Era mio compito anche organizzare le commedie sacre e le cerimonie
religiose nel palazzo ducale, e quell'anno invitai fra Raffaele da Varese,
un frate minore che era uomo veramente utilissimo all'anima. Questo
frate austero, eccellente predicatore, se la prese con la moda diffusa presso
molte dame di imbellettarsi con il liscio, una manteca bianca a base di
sublimato da colorare sulle guance di rosso. Io non lo utilizzavo, contrariamente
alla maggior parte delle mie amiche, poich mi ricordavo dei
consigli della dama di Forl e ritenevo che fosse assai dannoso alla pelle.
Utilizzavo solo lozioni a base di fiori e distillati, e mettevo pochissimo
rosso. Lasciandomi influenzare da fra Raffaele, cercai di vietare alle mie
dame di utilizzare il liscio, e ovviamente la cosa mi valse numerose proteste:
tuttavia alcune mi ascoltarono e ne guadagnarono in bellezza. Quando
fra Raffaele stava per convincermi a proibire le scollature - anche in
quel caso per me non era un grande sforzo visto che portavo sempre una
gorgiera di linone - le proteste raddoppiarono. Mi accorsi allora che stavo
sbagliando, attirandomi l'inimicizia delle mie dame, per cui pregai fra
Raffaele di predicare sulle nostre anime e non sui corpi,
passando a cose di maggior momento e dove si offende Dio e il prossimo con pi gravezza
dell'animo e maggior detrimento dei beni temporali. Mio marito
si burl dei miei capricci di moda, dicendomi che riflettevo di pi la
mia indole quando prendevo decisioni sagge, come durante la sua precedente
assenza: avevo allora emanato una legge a protezione degli ebrei
dei nostri stati che alcuni volevano depredare o allontanare dalla vita
pubblica. Stavo progressivamente facendo il mio apprendistato da duchessa
sovrana.

 Capitolo 34.
Il papa terribile.

(Diario, 10 giugno 1519.)
Il 20 aprile 1507, mentre ero impegnata alla Commissione delle Suppliche,
sentii un'agitazione provenire dal cortile interno del palazzo. Subito
dopo, il cardinale Ippolito entr nella sala del Consiglio seguito da
un giovane cavaliere stremato, dai vestiti, coperti di polvere. Inginocchiandosi
davanti a me, l'adolescente mi disse in valenziano:
Illustrissima Dama, sono portatore di una dolorosa novella. Vostro
fratello, il duca di Valentinois, ha trovato una morte gloriosa davanti alla
cittadella di Viana.
Rimasi immobile per un istante, poi allungai la mano per far
alzare Juanito Garzia, paggio di mio fratello, il cui viso era coperto di lacrime. I
consiglieri attorno a me si erano allontanati in silenzio. Il cardinale, mio
cognato, diede ordine che si occupassero di Juanito, e poi mi disse a bassa
voce:
Vostro marito e io eravamo a conoscenza della triste notizia, ma non
abbiamo voluto che lo sapeste da un altro che non fosse il fedele servitore
del duca di Valentinois.
Lo ringraziai con un sorriso:
Pi cerco di conformarmi a Dio, tanto pi Egli mi manda a visitare.
Ringrazio Iddio, sono contenta di ci che Gli piace.
Contenne la sua sorpresa e si inchin:
Madonna, se volete, le monache del Corpus Domini vi accoglieranno.
Il duca vostro marito le ha informate e sono pronte a ricevervi.
Andr volentieri in raccoglimento presso di loro per qualche giorno.
Avrete la bont di inviarmi l il paggio di mio fratello?.
Me lo assicur.
...
Alla notizia della morte di mio fratello non ho provato niente, se non
la strana sensazione di un grande vuoto. Non ero triste, n indignata.
Da troppo tempo ormai tra noi regnava il disamore, al di l di ogni
odio, che si era esaurito. Durante il mio soggiorno al Corpus Domini,
feci venire Juanito Garzia affinch ci raccontasse - alle monache mie
amiche come a me - gli ultimi tempi della vita di mio fratello, chiamato
il Principe da Niccol Machiavelli.
Dopo avere cercato di scaraventare gi dalle mura il governatore della
fortezza di Chinchilla, Cesare era stato tolto da l per essere trasferito
nel castello di Medina da Campo, dove si consumava di malinconia
la principessa Giovanna, figlia dei Re Cattolici. Si logorava per il troppo
amore nutrito per il suo giovane e bel marito, l'arciduca Filippo,
morto un anno prima nel fiore degli anni. Nella sua superstiziosa compassione
per il dolore della principessa, il popolo l'aveva soprannominata
Giovanna la pazza. Il 26 novembre 1506, Cesare riusc straordinariamente
a evadere da Medina da Campo, con l'aiuto di una corda
che gli avevano procurato: era per troppo corta e si fer saltando. Ebbe
comunque pi fortuna del suo scudiero che si ruppe le reni. Riusc a
raggiungere la Navarra, dove regnava Giovanni, fratello della moglie
Carlotta d'Albret, che lo accolse con onore e gli affid il comando delle
sue truppe. Cesare sperava di recarsi poi in Francia per raggiungere
Carlotta e la figlia Luisa, ma re Luigi dodicesimo mostr il suo vero volto e gli
proib di entrare nei suoi stati, affermando che non c'era posto, nel suo
regno, per un nemico del papato: temeva di dispiacere a Giulio II, di
cui cercava l'appoggio. Perfino Carlotta non intervenne in alcun modo
in favore del marito. Nella primavera del 1507, il re Giovanni di Navarra
mand Cesare a combattere un barone ribelle, che lo attir in una
trappola sotto le mura della citt di Viana: rimasto solo, dopo che i suoi
uomini si erano dati alla fuga, Cesare si batt da prode, prima di cadere
da cavallo, colpito sotto l'ascella da un quadrello di balestra; subito i
soldati si lanciarono contro di lui trafiggendolo con le loro picche, poi
lo spogliarono della sua preziosa armatura e buttarono il corpo in fondo
a delle rocce, dove fu ritrovato solo dopo diversi giorni di ricerche.
Il re Giovanni lo fece seppellire dignitosamente nella chiesa di Santa
Maria di Viana.
Ascoltammo in silenzio il racconto del paggio, poi madre Laura
Boiardo mi condusse nell'oratorio. Pregammo per la pace dell'anima di
mio fratello. Mi  stato rimproverato di averlo amato! Come me, ha
sofferto per non aver ricevuto amore, se non in minima parte da sua
moglie, che egli non amava. Questa mancanza d'affetto ci aveva avvicinati
in alcuni momenti, ma non ci illudevamo. Io ebbi la fortuna di scoprire
l'amore con il mio secondo marito, don Alfonso di Aragona, mentre
Cesare, trasportato dalle sue chimere di gloria e di conquista, penetrava
sempre pi a fondo in un universo di morte da cui era escluso
ogni amore.
Negli ultimi mesi della sua esistenza ero intervenuta pi di una volta
presso papa Giulio secondo per chiedere la liberazione di mio fratello, e Francesco
Gonzaga mi aveva appoggiato, ma i nostri tentativi si erano scontrati
con l'intransigenza del pontefice e soprattutto con il timore che
solo il nome Borgia aveva ispirato ancora ai suoi avversari, non appena
lo avevano saputo fuori dalla prigione e al servizio del re di Navarra.
Non c'era nulla da fare, proprio come aveva vissuto e agito da solo in
vita, cos mio fratello si trov e rimase solo alla fine della sua esistenza.
...
Alla fine del 1507, seppi di essere incinta. Me ne rallegrai, Alfonso si
preoccup. Pretese che fossi estremamente prudente. Per timore di vedermi
perdere ancora una volta l'erede che aspettavamo, si mostr severo,
puntiglioso, non si fermava un attimo di spiare ogni mio minimo
gesto. Il suo comportamento mi irritava e indispettiva le mie dame, e
maggiore era la nostra impazienza, maggiore diventava la sua irascibilit.
Sicuramente qualche spione - se non proprio Isabella in persona -
gli aveva anche raccontato che io e Francesco Gonzaga ci scrivevamo
assiduamente, cosa che ravviv la sua gelosia sempre pronta a esplodere.
Pi di una volta, qualche spia aveva cercato di intercettare le lettere,
senza mai riuscirci: Francesco e io utilizzavamo un linguaggio cifrato,
facevamo passare le missive tramite intermediari sicuri e, precauzione
necessaria, le bruciavamo non appena ricevute e lette. Lo confesso, il
nostro era uno scambio galante, con cui Francesco e io ci consolavamo
dei nostri coniugi: lui dell'altezzosit e indifferenza di Isabella, e io delle
meschine vessazioni inflittemi da Alfonso. Sicuramente a quel tempo
non amavo mio marito, come spesso accade alle donne incinte, e mi
piaceva leggere i propositi di volta in volta cortesi o focosi
del mio cavalier servente, ricordare i nostri balli, lo sfioramento delle dita, gli
sguardi scambiati di nascosto, quella tenera complicit che isola pericolosamente
gli amanti dal resto del mondo. So anche che Francesco
amava ricevere le mie lettere, con le quali gli permettevo di distaccarsi
con la mente, ma anche con il cuore temo - a meno che non fosse gi
accaduto - da una moglie che non nutriva per lui n ammirazione n
abbandono. La nostra relazione fu peccaminosa nella compiacenza che
mostrai e nei sogni che favorii, come un'ideale evasione dalla pesantezza
dei giorni. Ma anche nell'ardore che alimentai in Francesco
Gonzaga che, a causa dell'imprudenza di alcuni miei propositi, si credette autorizzato
a nutrire la speranza che un giorno avrei ceduto alle sue avances.
A volte mi capitava di rammaricarmi di questa reciproca audacia
che ci portava al di l di ci che la fedelt coniugale reclama dal cuore,
ma in quel momento avevo troppo bisogno di essere amata, nel modo
in cui desideravo esserlo. La distanza che ci separava, Francesco e me,
e la mia gravidanza mi sembravano garanzie sufficienti per l'onore mio
e di Alfonso, anche se favorivano pericolose licenze epistolari.
Le feste di carnevale del 1508 furono meno fastose e meno stancanti
di quelle dell'anno precedente. Siccome il termine della gravidanza si
avvicinava ci furono pi rappresentazioni che balli. L'egloga e la commedia
che avevo commissionato non ebbero grande successo, non pi
di quelle fatte comporre da mio marito. In compenso, il cardinale Ippolito
ci fece una sorpresa con una serata nel suo palazzo, dove fu rappresentata,
tra magnifici scenari, una commedia dell'Ariosto intitolata
La Cassaria, che fu applaudita di cuore. A seguire ci fu una cena notturna
nel grande salone delle feste, presieduta da mio cognato: per la
circostanza aveva abbandonato la porpora prelatizia, a beneficio di uno
scintillante abito alla turca di tessuto ricamato con pietre preziose,
mentre pettini d'oro e diamanti raccoglievano i suoi boccoli. Tutte le
donne si paralizzavano davanti a lui. Per via del lutto, ero vestita con
eleganza sobria e constatai quanto questo abbigliamento mi donasse in
base agli sguardi che sorpresi su di me. Durante la cena, ascoltammo
Bartolomeo Tromboncino che emanava dal suo liuto suoni pressoch
celestiali, e poi Niccol da Padova, il mio cantore preferito:
Dama, contro la volont mia
Devo lontano da te partire,
ma per quanto lontano vada via,
del tuo amore avr il ricordo.
Questa canzone, che mio fratello Cesare amava in modo particolare,
port i miei pensieri non verso di lui, ma verso Francesco Gonzaga...
Qualche settimana prima del parto, all'improvviso Alfonso si mostr
pi affettuoso, pieno di attenzioni e sollecitudine. Mi regal una stufa a
legna per l'acqua dei miei bagni, fece ridipingere e decorare per me delle
nuove sale che andassero a ingrandire i miei appartamenti, la cui decorazione
fu affidata ai migliori artisti che avevamo allora a Ferrara, tra cui
Bartolomeo Veneto. Su richiesta di Alfonso, questi mi fece un ritratto, e
mi piacquero le sedute di posa che mi permettevano di perdermi in dolci
fantasticherie. Ma il risultato fu tanto soddisfacente per mio marito
quanto deludente per me, bench il pittore avesse rispettato alcuni miei
desideri. Il naso era troppo lungo, il colore degli occhi non era riuscito,
non pi della leggerezza dei capelli, che l assomigliano a strani serpenti
dorati intrecciati; soprattutto non sopportavo che si fosse preso la libert
di scoprirmi un seno. Ci che preferisco del quadro  la mano destra che
regge dei fiorellini mentre mi sembra superflua la corona di foglie di
quercia che circonda il mio velo.
Il 4 aprile 1508 nacque mio figlio Ercole mentre Alfonso si trovava a
Venezia con la scusa di dover prendere accordi politici con la Serenissima;
in realt temeva di dover subire l'umiliazione che mettessi al mondo
un bambino morto o tanto debole che sarebbe venuto meno dopo poco.
Ma il parto non fu difficile e il bambino era vigoroso. Fu messo, tra le
lenzuola di batista sottile ricamate d'oro, nella culla che gli avevo fatto
costruire, e le cui tendine di raso bianco erano sostenute da rami fioriti di
oro battuto. Alfonso torn per vedere il figlio e meravigliarsi della sua robustezza,
poi ripart alla volta della Francia. Confesso che ne fui sollevata.
Restavo meravigliata alla vista del mio bambino, bello, morbidino e
bianco come una giuncatina. Intensificai la mia corrispondenza con
Francesco Gonzaga con la speranza che venisse a Ferrara durante l'assenza
di mio marito, ma eravamo spiati e quindi dovemmo essere ancora
pi prudenti. Ercole Strozzi ci fece da messaggero, discreto e devoto tanto
pi che conosceva le dolcezze dell'amore con Barbara Torelli. Madonna
Barbara era stata sposata con Ercole Bentivoglio, tiranno di Bologna
che l'aveva trattata in maniera ancora pi vile di quanto non avesse fatto
Giovanni Sforza con me, nonostante gli avesse dato due figlie. Quando il
marito decise di venderla per mille ducati a notte a un vescovo che la
bramava, ella fugg da Bologna portando con s la figlia pi piccola e trovando
rifugio presso di noi. Presto la sua bellezza e vivacit di spirito
avevano sedotto Ercole Strozzi, e lei aveva corrisposto il suo amore: ne
era incinta. Era complice del suo amante nel dolce scambio di lettere tra
Francesco Gonzaga e me.
Rimasi sola a Ferrara, poich Francesco fu cos avveduto da non venire,
essendo venuto a conoscenza di una lettera che Isabella aveva inviato
a mio marito:
Messer Ercole Strozzi  cognato de Uberto de' Uberti il quale  il maggior ribaldo
di questa terra e mio nemico che mi ha offeso e non studia che come offendermi
come a bocca far intendere a Vostra Signoria quando potr parlarle.
Costui viene spesso a Ferrara, e nuovamente c' stato dopo che fu qui messer
Ercole. Dubito che sia venuto a spiare perch questo  il suo manifesto ufficio.
Io ho detto quel che mi occorre. Pregola bene che le mie lettere siano bruciate
come io brucio le sue per onore e per beneficio mio.
Da persona assai sorniona e avveduta quale era, mio marito non bruciava
mai una lettera che un giorno o l'altro poteva tornargli utile. In seguito
la vidi in quanto l'aveva lasciata apposta nei documenti ai quali
avevo accesso: sicuramente per farmi sapere che non ignorava nulla della
mia relazione con Francesco Gonzaga.
Il 6 giugno 1508 la citt si risvegli nell'orrore: all'angolo di Palazzo
Pareschi e vicino alla casa Romei, avevano trovato il cadavere di Ercole
Strozzi, avvolto nel suo mantello e ai piedi i suoi speroni, i capelli strappati
e il viso lacerato da pi di venti ferite. Non c'era sangue per terra, il
corpo era stato portato l dal luogo in cui lo avevano ucciso. Tacquero
tutti. Gli fecero dei funerali magnifici, durante i quali si esaltarono le sue
qualit e i favori di cui lo avevano gratificato le muse: S grandi doni
spiegano il perch fu tanto stimato dalla moglie del principe, Lucrezia
Borgia alla quale fu sempre religiosissimamente devoto.
Con lui perdevo un amico, un confidente, il pi bell'ornamento della
mia corte. Alfonso mi viet di prendere parte alle esequie. Certamente
detestava Ercole Strozzi, al punto da avergli ritirato ogni carica dei nostri
stati, ma soprattutto voleva che ci tenessimo lontani da questa terribile
questione nella quale mi assicur di non essere in alcun modo coinvolto,
anche se non avrebbero mancato di rivolgere i sospetti contro di lui. Acconsentii,
tanto pi volentieri che le sue argomentazioni erano corrette e
che mi incoraggiava ad andare in soccorso di Barbara Torelli: aveva messo
al mondo tredici giorni prima una bambina chiamata Giulia. Sapevamo
chi era il mandante dell'assassinio: Ercole Bentivoglio, marito di Barbara,
che aveva comprato il pugnale da Alessandro Pio, marito di mia cugina
Angela Borgia, la cui madre era una Bentivoglio. Mio marito fece in
modo che non si parlasse della vicenda, io allontanai Angela dalla mia
corte, e incitai Barbara Torelli a recarsi a Venezia, dove sarebbe stata al
sicuro. Le fornii il necessario affinch potesse sistemarsi degnamente con
la bambina. In seguito seppi che era diventata la compagna del signore di
Folenghino, che le assicur pace e sicurezza, e di cui mi scrivevano che
faceva valorosamente l'amore con colei che fu la sposa di messere Ercole.
So anche che non dimentic mai Ercole Strozzi, per il quale fece dire
delle messe a Santa Maria in Ados, evocandolo in un sonetto di cui
non posso evitare di citare gli ultimi versi:
Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccio,
intiepidire, e rimpastar col pianto
la polve, e ravvivarla a nuova vita.
E vorrei poscia, baldanzosa e ardita,
mostrarlo a lui che ruppe il caro laccio
e dirgli: Amor, mostro crudel, pu tanto.
...
La nascita di mio figlio Ercole fu circondata da lacrime di lutto e da rumori
di guerra. In quel periodo mor Guidobaldo da Montefeltro, duca
di Urbino; scrissi a madonna Elisabetta per testimoniarle la mia partecipazione
al suo dolore. Poi, da Roma giunse la notizia della morte di
Adriana che lasci questa terra dopo una breve malattia nella quale aveva
trovato pace e rassegnazione, per ci che mi dissero. Piansi sinceramente
per colei che era stata la mia educatrice e, per quanto pot, la devota
compagna della mia giovinezza. In tempi tanto tristi, la visita di Didier
Erasme, un discepolo olandese di Giovanni Pico della Mirandola,
venne a illuminare un po' la nostra corte. Dovendo dare l'ultimo tocco
alla stampa dei suoi Adagi presso il tipografo Aldo Manuzio di Venezia,
che aveva appena pubblicato la Poetica e la Retorica di Aristotele - di cui
mi aveva omaggiata -, Erasmo aveva espresso il desiderio di visitare Ferrara.
Lo ricevemmo con onore. Era un uomo altamente erudito, di una
cortesia estrema, che ci impression per la semplicit dei modi e la chiarezza
del linguaggio. Ci inform della sua singolare devozione per Madonna
Santa Anna, madre della misericordiosa Vergine Maria, e ci raccont
la sua guarigione da un'ostinata febbre quartana a opera di santa
Genoveffa: era il 1496 e studiava a Parigi. Si trovava sul passaggio del reliquiario
in occasione della processione annuale per la festa della santa,
aveva sentito all'improvviso un brivido leggero lungo tutto il corpo ed
era guarito improvvisamente. Confess, ridendo, di non ricordarsi pi se
l'avesse solo invocata. La semplicit che aveva nel raccontare tali meraviglie
ci edific enormemente. Tuttavia mi lascia andare alla malinconia,
nonostante i balbettii del mio bambino che diventava ogni giorno pi
bello, e malgrado le attenzioni che riversava su di me Alfonso dal suo rientro
dalla Francia. Avevo strani presentimenti, sembrava che l'ordine
del mondo stesse per crollare, a causa della follia di papa Giulio II. Viaggiai
per distrarmi, e a Reggio rividi il mio caro poeta Bernardo Accolti -
l'Aretino - che non riusc a dissipare le mie angosce. Mi riaccompagn a
Ferrara, ma ne ripart ben presto., nonostante lo facessi trattare con larghezza.
Fu l'autunno pi triste.
Fin dai primi giorni del pontificato, papa Giulio secondo era deciso a riportare
nell'orbita di Roma non solo i feudi di Romagna a quel tempo ancora
devoti a mio fratello Cesare, ma anche i signori di Perugia e Bologna.
Era stato lui stesso in persona a prendere la testa degli eserciti ed era andato
a conquistare Perugia, i cui abitanti gli avevano spalancato le porte
il 13 settembre 1507, tanto detestavano il loro signore Gianpaolo Baglioni:
viveva maritalmente con una sorella e oberava la popolazione di imposte.
In seguito il papa era partito all'assalto di Bologna che gli aveva resistito
coraggiosamente fino a quando lo scaltro Luigi dodicesimo, re di Francia,
non aveva ritirato il proprio appoggio ai Bentivoglio per allearsi con il
pontefice: questi era entrato trionfalmente in citt, mentre noi accoglievamo
a Ferrara madonna Lucrezia, sorella di mio marito, che era sposata
a Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna. Venne da fuggitiva con le
sue cinque figlie, ma presto ricevemmo l'ordine del papa di rifiutarle l'ospitalit.
Ci piegammo al suo volere, essendo feudatari della Santa Sede,
senza per questo risparmiare di aiutare per una parente, che si rifugi a
Venezia.
Tutte queste manovre ci riempivano di inquietudine. Era evidente che
presto l'ambizioso pontefice avrebbe preso di mira il nostro ducato. Alfonso
e il fratello, che erano a andati a rendergli omaggio a Bologna,
qualche giorno dopo la resa della citt, il 10 novembre 1507, ne ebbero
la conferma dal disprezzo con il quale li tratt il papa, arrivando perfino
a sbeffeggiare i ricciolini nello chignon e il modo di fare la ninfa del
cardinale Ippolito. Giulio non aveva comunque deciso di sconfiggere prima
la Serenissima che si rifiutava di restituirgli Faenza e Forl. Per un anno
ci furono preparativi di guerra, alleanze che si stringevano tra i nemici
di Venezia, fino alla costituzione, nel dicembre 1508, di una lega che
univa contro la Serenissima l'imperatore Massimiliano, il re Ferdinando
il Cattolico e il Molto Cristiano e molto doppiogiochista re di Francia.
Bench avessimo giusti motivi di temere le ambizioni della citt dei dogi,
Alfonso rifiut di impegnarsi contro Venezia.
Ma nella primavera del 1509, Giulio secondo aveva radunato la Lega e pretese
che Alfonso lo raggiungesse in qualit di feudatario della Santa Sede.
Mio marito ottemper, ponendo come condizione che avrebbe acquistato
Rovigo e la Polesine, un tempo tolte a mio suocero, il duca Ercole,
proprio dalla Serenissima. Allo stesso modo, Francesco Gonzaga fece valere
le sue pretese sulle citt del lago di Garda inglobate da Venezia. Il
papa aveva bisogno dei cannoni di mio marito e quindi lo nomin gonfaloniere
della Chiesa. Fu quella la guerra durante la quale Giulio secondo fu soprannominato
il papa terribile per la sua foga guerriera e la determinazione.
Alfonso part e io governai da sola sui nostri stati, mentre il cardinale
Ippolito ardeva dal desiderio di raggiungere l'esercito. Il 14 maggio 1508
ad Agnadello le nostre truppe schiacciarono, al termine di un'atroce battaglia
che dur quattro giorni, quelle di Venezia, mentre Francesco Maria
della Rovere, giovane nipote del papa succeduto a Guidobaldo da
Montefeltro nel ducato di Urbino, si impossessava delle citt romagnole:
In una giornata i veneziani persero ci che la loro fatica aveva accumulato
in ottocento anni.
Il cavaliere francese Pierre Terrail, signore di Baiardo, aveva fatto meraviglie
ad Agnadello, marciando con uno slancio ammirevole mentre
attraversava fossati pieni d'acqua fino al sedere. Ma
Francesco Gonzaga avanz troppo in terra nemica e fu catturato
e portato a Venezia mentre
la folla lo sbeffeggiava urlando: Sorcio in gabbia! Turco -
era il grido di guerra dei Gonzaga - preso!. A uno zotico che
si burlava di lui dicendogli
Benvenuto, marchese di Mantova, rispose con altezzosit:
Ignoro di chi tu stia parlando! Colui che vedi qui 
Francesco Gonzaga, e non  il marchese di Mantova che sta a Mantova.
Alludeva al figlio ed erede Federico, che era sano e salvo a fianco della
madre. La notizia della cattura del mio cavalier servente mi spezz il cuore,
e mi rattristai ancora di pi quando vidi quanto indegnamente si comportava
sua moglie Isabella. Il papa era disposto a pagare il riscatto di
Francesco a condizione che il piccolo Federico gli fosse consegnato come
ostaggio. Con il pretesto di non volersi separare dal figlio, Isabella lasci
il marito a marcire nel carcere veneziano, solo e sofferente, poich
era stato ferito in occasione della cattura e il mal francese lo torturava ancora
una volta. Per lei si trattava di un'occasione troppo ghiotta per giocare
alla prima donna politica. Riuscii a far arrivare a Francesco
Gonzaga alcune lettere di conforto e un po' di denaro, feci
pregare per lui nelle
chiese, e feci pressione su mio marito affinch si interessasse delle sue
sorti. Io stessa ero abbattuta, poich ero incinta e la gravidanza mi sfiniva.
Ma la guerra continuava. Il 25 agosto 1509 partorii un bambino bello
e robusto, che fu chiamato Ippolito come lo zio cardinale. Questi aveva
abbandonato la porpora per la corazza e si era messo alla testa di un esercito
per affiancare mio marito; il 27 dicembre, l'artiglieria di Alfonso e gli
uomini del fratello ebbero ragione della flotta veneziana, come mi aveva
annunciato il cardinale: Prima di questa sera, l'armata veneziana sar
interamente demolita, con l'aiuto di Nostro Signore.
Negli ultimi giorni del 1509 mio marito rientr da trionfatore a Ferrara.
In piedi sulla nave ammiraglia, circondato da guardie con i caschi dorati,
percorse il Po fino alle vicinanze della nostra citt, la cui popolazione
festante gli era andata incontro. Fu uno spettacolo grandioso: dietro
la sua imbarcazione, su cui sventolavano le aquile degli Este e le insegne
di gonfaloniere della Chiesa circondate da bandiere e stendardi presi ai
nemici, arrivavano diciotto galere veneziane e cinque navi cariche di bottino
e di prigionieri. Mi ero vestita d'oro per accoglierlo, ignorava che ormai
portavo un cilicio.

 Capitolo 35.
Scomunicata, riconciliata.

(Diario, 11 giugno 1519.)
Le disgrazie di quei tempi mi avevano spinta a chiudermi in me stessa e
a confidare a madre Laura Boiardo i miei dubbi. Lei mi fece presente che
avrei trovato la pace solo nella preghiera e nell'allontanamento dalle mie
passioni, e seppe convincermi. Non era difficile visto che nel mio intimo
l'unica cosa cui aspiravo era di conoscere una totale serenit, che fosse
imperturbabile e che sentivo confusamente di non dover cercare in questo
mondo dove tutto, perfino il cuore dell'uomo,  solo ondeggiamenti
e ombre fugaci.
...
Papa Giulio secondo firm la pace con la Serenissima nel febbraio 1510. Dopo
avere indebolito Venezia, decise, proprio come temevamo, di abbattere
Ferrara alla guisa di Perugia e Bologna, nonostante mio marito fosse
stato fedele servitore della Santa Sede e capitano leale. Ma il pontefice
odiava tanto la casa d'Este quanto i Borgia. In un primo tempo, torn su
una delle clausole del mio matrimonio che aveva portato da quattromila
a cento ducati il censo annuale versato dai nostri stati alla Camera Apostolica,
e pretese trentacinquemila ducati di arretrati. Nonostante avessimo
messo al suo servizio i nostri eserciti e cannoni, reclam anche una
quota di centomila ducati come partecipazione alle spese per la guerra
contro la Serenissima. Alfonso fece orecchie da mercante, e in ogni caso
le nostre finanze non ci avrebbero permesso di ottemperare ai capricci
pontifici. Giulio secondo destitu allora mio marito dalla carica di gonfaloniere
della Chiesa. Allo stesso tempo, esigeva che Federico Gonzaga fosse inviato
come ostaggio a Roma affinch il padre fosse liberato dai veneziani.
Ma Isabella rifiutava, temendo che il papa facesse del figlio il suo amante.
Lei amava troppo esercitare il potere, e Giulio secondo non si sbagliava
quando scrisse all'ambasciatore di Mantova:  quella puttana di marchesa
che prolunga la prigionia del marito. Francesco Gonzaga ha tutte
le ragioni di essere furibondo, poich non  pi prigioniero di Venezia
quanto piuttosto di questa ribalda!.
Francesco aveva scritto a Isabella di mandare il figlio a Roma, in caso
contrario l'avrebbe strangolata con le proprie mani non appena fosse
tornato in libert. Allora cedette, non per timore del marito ma perch
intuiva che se non si fosse piegata al volere del pontefice, presto o tardi
Mantova avrebbe subito la sorte di Ferrara: Federico fu inviato a Roma,
dove il papa lo tratt con affetto. Se  vero che si invagh di lui - era un
bambino molto bello - non lo disonor in alcun modo. Francesco torn
a Mantova e la prima cosa che fece fu quella di dare alla moglie una lezione
infarcita di sonore sberle, perch aveva tardato tanto a liberarlo.
Il papa affid a Francesco Gonzaga l'incarico di gonfaloniere della Chiesa,
che aveva tolto a mio marito, e la Serenissima lo nomin capitano delle
proprie armate. Buffoneria di politica! Eravamo ormai in guerra contro
Mantova, alleata di Venezia e della Santa Sede. Francesco ritard la sua
marcia contro i nostri stati pi che pot, fingendosi gravemente ammalato
a seguito della prigionia. Quanto a Isabella, cap la necessit di avvicinarsi
a me per evitare la rovina dei nostri stati e delle nostre famiglie. Alla fine,
ulteriore sofferenza, il papa scomunic mio marito e la sua parentela e lanci
l'interdetto su Ferrara. Il cardinale Ippolito fu costretto a lasciare la citt
per non incorrere nelle censure ecclesiastiche. Poi mi affid la sua amante,
la cantante Dalida de' Putti, che venne a dare smalto alla mia corte.
...
La finta malattia di Francesco Gonzaga ritard di qualche mese l'entrata
in guerra delle truppe mantovane e permise ai nostri alleati francesi di
raggiungere, nell'estate 1510, i nostri eserciti. Per imbrogliare il papa e
Venezia, Isabella governava al posto del marito: corruppe i medici inviati
da Giulio secondo per accertarsi che il marito fosse realmente sofferente, organizz
dei cambi di cavalli, accord il libero passaggio ai soldati di Luigi
dodicesimo, acconsent a impegnare i miei gioielli presso un banchiere di sua conoscenza
in quanto noi avevamo bisogno di denaro per approvvigionare i
nostri uomini e nutrire il popolo, per via dell'inverno rigido che annunciava
cattivi raccolti. Per rispondere alla scomunica, che turbava molto i
sudditi, andai a chiedere consiglio alle clarisse del Corpus Domini. Madre
Laura Boiardo mi spieg che la censura era illecita in quanto non era motivata
da alcuna mancanza alle regole della Chiesa, e incaricai allora i nostri
ecclesiastici di spiegarlo ai fedeli durante le prediche. Poi mi incaricai
di fare aprire gli stagni ducali di modo che ognuno potesse pescarvi il necessario
al proprio sostentamento, diedi ordine di abbattere degli alberi
nelle foreste demaniali per approvvigionare di legna le case di Ferrara, visitai
i malati negli ospizi e confortai i moribondi che temevano di non essere
sepolti in terra cristiana a causa della scomunica, feci distribuire ai
poveri vestiti e pasti. In tutto ci, ero diretta da madre Laura e suor Lucia.
Alla fine, per dimostrare ai sudditi che non consideravo valida la censura
pontificia, fondai un monastero di Poverelle, sotto la protezione di san
Bernardino: madre Laura accett di esserne la badessa. Alfonso mi fu grato
di tutto ci e le disgrazie di quel periodo ci riavvicinarono.
Alla fine il papa, stanco di aspettare la guarigione di Francesco Gonzaga
e l'aiuto delle sue truppe, decise di attaccare la Mirandola, una delle nostre
fortezze pi importanti. Verso la met di dicembre, part solo, alla testa dei
suoi uomini, malgrado la gotta che lo tormentava, il freddo e la neve. La
fortezza resistette per dieci giorni, difesa dai nostri soldati e dai francesi, cosa
che esasper il pontefice. In preda al furore, url ai suoi capitani: Si accorgeranno
che ho dei coglioni grossi quanto quelli del re di Francia!.
Forte della vittoria ed essendo scampato per miracolo - a meno che non
lo abbia aiutato il diavolo - a un'imboscata tesagli da mio marito, il papa
raggiunse Bologna che lasci in mano al cardinale Alidosi, prelato tanto
corrotto e vigliacco quanto bello, e si ritir a Imola. La caduta della Mirandola
ci metteva in grave pericolo, tanto pi che Francesco Gonzaga
aveva dovuto rassegnarsi a raggiungere il papa. L'11 febbraio 1511, Giulio
II assedi la nostra piazzaforte di Bastida di Fosso Geniolo, che custodiva
l'accesso al Po. Mio marito cerc di proteggerla e vi si port alla testa
delle sue truppe, aiutate da quelle del cavaliere Baiardo. La battaglia fu
spaventosa, pi di quattromila uomini furono uccisi, i francesi fecero meraviglie.
Gli eserciti papali furono battuti e si dispersero, esasperando l'ira
del pontefice che si vendic su mio figlio Rodrigo spogliandolo dei suoi beni. Ne fui informata da mio cugino, il cardinale di Cosenza, che per questa ragione, il feroce papa fece imprigionare. Ma il prelato fugg e si un al concilio che si svolgeva a Pisa: su ispirazione dell'estatica Arcangela Panigarola, monaca a Santa Marta di Milano, il giovanecardinale francese Guillaume Brigonnet era riuscito a
convincere il suo sovrano che, per
l'onore della Chiesa e il bene della cristianit, bisognava deporre Giulio secondo; l'indegno sarebbe stato rimpiazzato dal papa angelico che le nostre sante vive annunciavano da tempo. Attorno a Brionnet si erano raccolti mio cognato Ippolito, i cardinali di Carvajal, Prie, Lussemburgo, Corneto e Sanseverino, mentre Luigi dodicesimo convinceva l'imperatore Massimiliano. Il papa scomunic i prelati e si fece beffe dei loro maneggi, poi inizi la sua
marcia contro la nostra citt, ripetendo cento volte al giorno, secondo chi
gli stava accanto: Ferrara, Ferrara, corpo di Dio, ti avr!. Suo nipote il
duca di Urbino lo dissuase, facendogli presente che i nostri stati erano difesi
da Baiardo, il buon cavaliere cui nessuno pu paragonarsi, mentre
Francesco Gonzaga non lo tratteneva. Nel furore amoroso che nutriva nei
miei confronti, si spinse fino a scrivere al papa:
Chiedo che ci sia affidata la salvezza di madonna la duchessa gi di Ferrara, e
questo perch i termini amorevoli e fedeli che lei sola ci us al tempo che eravamo
prigionieri a Venezia di tanti parenti che avevamo,ci obbligano a questi tempi mostrarle
gratitudine, perch, se la provvidenza di Sua Santit non ci aiutava, non ci
restava chi pur dimostrasse averci compassione tanta quanta questa poverella.
Poverella! Mi pentii amaramente, con la mia compiacenza, di non avere
opposto maggiore resistenza alle galanterie di Francesco Gonzaga,
avendo invece acceso la sua passione. Mi faceva inviare limoni e cedri del
lago di Garda, e per la Quaresima delle belle e grasse carpe di Mantova,
mi scriveva lettere infiammate, e si diceva stesse facendo sistemare per
me dei sontuosi appartamenti nel suo Palazzo del t. Gli rispondevo solo con brevi biglietti in cui, rassicurandolo sul mio affetto fraterno, lo invitavo
a rivolgersi a Dio e ad amarmi solo in Lui. Ebbi allora coscienza
della follia estrema in cui lo avevo fatto scivolare con le mie stupide civetterie,
e quanto fossi colpevole.
Bench attanagliati dall'angoscia per i giorni a venire, Alfonso e io volemmo
che il carnevale di quel 1512 avesse un lustro inconsueto in onore
dei nostri ospiti francesi. Festeggiammo il cavaliere Baiardo e i suoi valorosi
soldati, e il giovane capitano Gaston de Foix, nipote di re Luigi
dodicesimo, si fece mio cavalier servente. Dopo i concerti, le rappresentazioni e i
balletti, davamo cene, balli che duravano fino all'alba, con il sommo piacere
di tutti. Ci mi sfiniva, ma avevo tutto molto a cuore, preoccupata
della fama della casa d'Este e del lustro della nostra corte. Era una sfida
che intendevo lanciare a papa Giulio secondo mostrandogli, in questo modo,
che non ci ritenevamo affatto sconfitti. Il cavalier Baiardo conserv un ricordo
indimenticabile di quei giorni:
La buona duchessa, una perla a questo mondo, accolse i francesi in maniera
singolare e tutti i giorni diede in loro onore banchetti e feste all'italiana, assai
belli e meravigliosi. Oso dire che nel suo tempo, e da molto prima, non  esistita
una principessa pi trionfante, poich  bella, buona, dolce e cortese con tutti.
Suo marito fu un saggio e valoroso principe, la detta dama, con la sua buona
grazia, gli ha reso servigi buoni e leali.
Un complimento simile che veniva da un cuore cos cavalleresco mi ripagava
adeguatamente di tutti i dispiaceri-, le ingiurie e i soprusi che avevo
dovuto subire tanto a lungo!
...
Con la primavera torn la guerra. Le armate francesi sottrassero Bologna
al papa e vi ristabilirono i Bentivoglio, la popolazione abbatt e distrusse
la statua di Giulio secondo fusa da Michelangelo e che l'orgoglioso pontefice
aveva fatto innalzare davanti al palazzo municipale; i pezzi furono
inviati a mio marito che li fuse in un cannone derisoriamente battezzato
la Giulia. Vile com'era, il cardinale Alidosi, che governava la citt in
vece del papa, scapp a Ravenna dove il duca di Urbino lo accolse con
un colpo di pugnale che lo lasci stecchito. Poi ci fu la battaglia di Ravenna,
nella quale le nostre truppe alleate ai francesi si scontrarono con
l'armata papale cui si erano aggiunti i soldati spagnoli di Ferdinando il
Cattolico. La battaglia dur otto ore, la pi sanguinosa e dura della nostra
epoca, eguale a quelle pi grandi dell'Antichit. L'artiglieria di mio
marito fece meraviglie, come fu scritto: E una cosa terribile aprire un
varco nei ranghi nemici a ogni colpo di cannone, vedere saltare gli elmi
con le teste dentro, volare le gambe e dei pezzi umani.
Ci furono diecimila morti! Tra di loro, il mio gentile capitano Gaston
di Foix, che mor portando al braccio una sciarpa con i miei colori. Questa
vittoria ci sarebbe stata enormemente utile se i soldati francesi non si
fossero poi dedicati al saccheggio, vantando il loro coraggio per taglieggiare
e spaventare le popolazioni, da cui si fecero presto odiare.
Risparmiarono i nostri stati per la buona accoglienza che avevo riservato ai loro
capitani, poi lasciarono l'Italia, lasciando Alfonso senza alleati. Sembrava
proprio che fossimo perduti. Impegnai i gioielli che mi rimanevano per
aprire ospedali che potessero accogliere e curare gli innumerevoli feriti
di Ravenna. E, davanti allo sconforto estremo dei sudditi, supplicai Alfonso
di accettare l'offerta di pace del papa. Non mi fidavo affatto del
crudele pontefice, ma non volevo pi vedere i nostri poveri sudditi colpiti
dalle disgrazie della guerra.
Dopo avere liberato tutti i prigionieri di guerra, Alfonso mi affid il governo
dei nostri stati e and a Roma, vestito del saio dei penitenti, dove
arriv la prima settimana di luglio. In attesa che il papa si degnasse di riceverlo,
visit la Cappella Sistina, dove Michelangelo lavorava all'affresco
del soffitto. Su invito dell'artista, sal sulle impalcature e and a intrattenersi
con lui. Finalmente, il 9 luglio, fu accolto con finta misericordia
dal Pastore Supremo, che gli tolse la censura ecclesiastica, lo assolse
e gli ordin di visitare le quattro maggiori chiese della Citt. Alfonso
comp il suo pellegrinaggio di penitenza, e poi ascolt le condizioni che il
papa metteva per togliere definitivamente la scomunica e all'interdetto
con cui aveva colpito la nostra famiglia e la citt: mio marito doveva rinunciare
per sempre, per lui e per i suoi discendenti, alla sovranit su
Ferrara e a ogni suo diritto in favore della Santa Sede, e ritirarsi con la
nostra famiglia nella cittadina di Asti. In attesa della risposta di Alfonso,
lo fece rinchiudere a Castel Sant'Angelo. Per grazia di Dio, avevamo a
Roma un alleato nella persona di Fabrizio Colonna, che si era impegnato
a costo dell'onore, nella salvaguardia di mio marito quando era venuto a
presentargli le offerte di pace di papa Giulio II. Fabrizio Colonna lo fece
fuggire travestito da cuoco per condurlo fino alla sua fortezza di Marino.
Ero ormai la moglie di un proscritto, ma i sudditi mi manifestarono una
fedelt senza incrinature mentre esercitavo la reggenza di Ferrara.
Fu tuttavia proprio durante il soggiorno di mio marito Alfonso a Marino
che mi colp al cuore la notizia che mi tolse la vita, come racconter pi
avanti. Da quel momento, raccolsi le ultime forze per salvaguardare l'eredit
dei miei figli e quando Alfonso riusc a tornare a Ferrara, dopo avere
evitato le trappole che il papa gli aveva teso lungo la strada, lo accolsi con
dolorosa fierezza. Era accompagnato dal nostro amico e poeta Ludovico
Ariosto che, sprezzante del pericolo, gli era andato incontro: tornarono a
Ferrara con camicia e brache in brandelli, sfiniti, ma sani e salvi. Il popolo
li acclam: mai udii tanti evviva e grida di allegria. Tutta l'Europa salut il
coraggio di mio marito che inizi subito a lottare disperatamente contro il
papa. Non avevamo pi nulla da perdere, e nessuno era in grado di rubarci
l'onore. Quando Giulio secondo si preparava a inviare contro di noi i suoi ventimila
svizzeri e l'armata comandata dal nipote Francesco della Rovere, duca
di Urbino, mia cognata Isabella ottenne da questi, suo genero, che ritardasse
il proprio attacco, il che sospese le operazioni fino alla primavera.
L'anno 1513 si apr nell'incertezza e nell'angoscia, poich il papa terribile
manifestava ormai la propria intenzione a marciare su Mantova dopo
aver distrutto Ferrara. Non ci fu n carnevale n festeggiamenti: i tempi
erano troppo duri e incerti. E all'improvviso la mano di Dio si pos su di
noi, misericordiosa: nella notte del 21 febbraio, papa Giulio secondo mor improvvisamente.
Nella nostra citt ci fu un'esplosione di gioia, i nostri buoni
sudditi piangevano per il sollievo e l'emozione, feci donazioni ai monasteri
e ordinai delle messe di ringraziamento alla divina Provvidenza per
avere liberato il mondo da quel sanguinario Oloferne.
Il conclave ci diede come papa Giovanni de' Medici, che prese il nome
di Leone decimo, e con lui la pace. Scelse come segretario Pietro Bembo che,
memore del nostro amore puro e bello, intervenne in nostro favore presso
il Sovrano Pontefice. Finalmente la scomunica e l'interdetto furono definitivamente
tolti, a Ferrara ripresero le feste e i balli, la mia corte conobbe un
lustro senza eguali poich ne era entrato a far parte l'Ariosto, che mi dedic
il suo Orlando Furioso, e il pittore Tiziano, che mi volle come modella in
diverse occasioni. Mi piaceva davvero molto sentir cantare Dalida de' Putti,
e Tromboncino mi emozion con la melodia di Vox clamandi in deserto.
La sera il nano Santino ci faceva divertire raccontandoci favole, come un
lupo che predica alle pecore, oppure le mie dame danzavano come un
tempo. Tutto ci era piacevole, ma non alleviava in alcun modo la pena del
mio cuore. Ebbi altri due figli, le mie ultime gioie. Avevo finalmente trovato
la serenit nella preghiera e, alla fine della mia esistenza, pregai papa
Leone decimo di benedirmi: Giunta a questo punto, Vi chiedo in qualit di cristiana,
bench peccatrice, di farmi dono del tesoro del Vostro suffragio,
concedendo alla mia anima la Vostra benedizione apostolica.
Ho ottenuto questa grazia, posso ora morire in pace, lasciando ai miei
figli il vero ritratto della loro madre. Ignoro cosa riserver loro l'avvenire,
per ci mi rimetto a Dio.

 Capitolo 36.
Il tempo sfiorisce...

(Diario, 12 giugno 1519.)
Ho cominciato a morire il 7 settembre 1512, forse a causa di un segreto
movimento dell'anima che fino ad allora io stessa avevo ignorato, o mi
sono invece rassegnata, abbandonandomi al dolore che mi attanagliava?
Poco importa. Quel giorno, un corriere arrivato da Bari mi portava la notizia
della scomparsa di mio figlio Rodrigo, avvenuta una settimana prima
al termine di una breve malattia di cui nessuno aveva ritenuto opportuno
informarmi, o perch la ritenevano benigna, o forse perch non volevano
darmi altre preoccupazioni. Il mio bambino non aveva compiuto
tredici anni, e non lo avevo pi rivisto da quella mattina d'inverno in cui
lo avevo lasciato addormentato nella culla a Santa Maria in Portico. Ogni
volta le circostanze o la ragione di Stato vi si erano opposte. Ma non era
passato un solo giorno in cui non avessi pensato a lui, come a suo padre,
sovente con malinconia, a volte con tristezza, ma anche con sollievo: lontano
da me, mi sembrava al riparo da ogni disgrazia. Con lui scompariva
l'unico pegno che mi rimaneva dell'unico amore che avessi conosciuto in
vita mia.
La notizia inferse al mio cuore una ferita che non si  pi rimarginata,
ho capito immediatamente che era mortale, e in questi ultimi sette anni
non ha cessato di compiere il suo lento e inesorabile lavoro di distruzione
nel profondo della mia anima. Ma dovevo vivere per gli altri miei figli,
ancora cos piccoli, e l'amore che nutro per loro me ne ha dato la forza fino
a oggi. Oppressa dal dolore, senza la possibilit di contare su un marito
prigioniero per necessit nella fortezza di Marino, dovetti dare le prime
disposizioni in vista dell'organizzazione delle esequie di mio figlio,
che volli semplici e raccolte: non avevo potuto assistere a quelle di suo
padre, non ebbi la consolazione di recarmi a Bari per le sue. Poi dovetti
sistemare la liquidazione dei suoi beni e fu solo tre giorni dopo che mi fu
permesso di ritirarmi nel convento di San Bernardino, per sfogare la mia
pena ai piedi del Salvatore e della Santa Madre, cercando un minimo sollievo,
al posto di un'impossibile consolazione, nel silenzio dei luoghi,
nella preghiera delle monache e nell'amicizia di Laura Boiardo. Madre
Laura mi accolse con tenera e delicata sollecitudine e, tra le sue braccia,
diedi libero corso alle lacrime che fino ad allora il troppo dolore mi aveva
impedito di versare.
Non mi lasciarono neanche il tempo di piangere e pregare. Qualche giorno
dopo mio cognato, il cardinale Ippolito, venne a trovarmi. Dopo avermi
brevemente presentato le sue condoglianze, dettate pi dalla forma che
dal suo cuore o dall'amicizia un tempo dimostratami, mi annunci:
Vengo a rendere nota a Vostra Signoria la felice novella del prossimo
ritorno del vostro sposo. L'annuncio deve ancora rimanere segreto. So
che Vostra Signoria avr a cuore, malgrado il lutto che l'ha colpita, di accogliere
il duca di Ferrara con le manifestazioni di gioia richieste dalle
circostanze.
Bench tali parole fossero dure per il mio cuore ferito - soprattutto per
la loro secchezza - capii che erano giuste. Quindi, facendo un grande
sforzo, risposi con tutta la grazia del mondo:
Vostra Eminenza mi porta cos una notizia adatta a lenire un po' la
piaga del mio cuore.  sicuro che mi rallegro grandemente di rivedere il
mio marito e signore, e i nostri bambini condivideranno tale gioia.
Ero sincera, la prospettiva del ritorno di Alfonso mi rassicurava: mancava
di tenerezza, ma accanto a lui trovavo la sicurezza. Bench il cardinale
non mi avesse chiesto niente, gli assicurai che non avrei indossato il
lutto cui avevo diritto, per non rovinare l'allegria dell'incontro. Intendevo
conservare il mio dolore nella parte pi profonda di me, e non sventolarlo
con vestiti e veli neri; gli dissi che avrei indossato i miei colori, il
marrone e l'oro. Il sorriso che quasi impercettibilmente gli si disegn sulle
labbra mi fece capire che era molto sorpreso di una tale docilit da
parte mia, ma i suoi occhi dalle lunghe ciglia rimasero freddi. Da molto
tempo, ormai, non era pi il cavaliere affascinante di una volta. Forse
credette allora di avere abbattuto le mie ultime resistenze, domato il sangue
del toro Borgia, come presto immagin Alfonso. Entrambi ignoravano,
non potendo sondare gli angoli reconditi della mia anima, che acconsentivo
con il cuore libero e pacificato a basarmi ormai solo sul silenzio e
la preghiera.
...
Tra le lettere di condoglianze che ricevetti quella che pi mi emozion
fu quella di suor Lucia, un bigliettino che straripava di compassione sincera:
In questa terribile disgrazia, il pi grande dolore che possa colpire una madre,
voglio dire a Vostra Signoria che faccio mie la sua sofferenza e sconforto. La
preghiera mi conduce ai piedi di Colei che visse una simile prova per la nostra
salvezza affinch trasformi in gioia le nostre lacrime che si aggiungono alle sue.
Prego Vostra Signoria di considerarmi sua umile sorella nella preghiera e sua
devotissima servitrice presso Nostro Signore che  il nostro unico conforto nelle
tribolazioni di questo mondo.
Ne fui tanto pi toccata dal momento che aveva tutte le ragioni del
mondo per volermene in quanto ero, involontariamente, la causa delle
sue tribolazioni a Ferrara.
Suor Lucia infatti altri non  che la mantellata di Viterbo le cui stimmate
ci erano state rese note da mio padre quella domenica del 1496 in
occasione della visita di Francesco Gonzaga. Apparteneva a una nobile
famiglia di Narni, in Umbria, e all'et di quindici anni gli zii l'avevano
data in sposa contro la sua volont a un giovane signore, che lei aveva abbandonato
dopo quattro anni per indossare l'abito del terzo ordine domenicano.
Raggiunse Viterbo, dove visse con delle consorelle, e fu l che
ricevette l'impressione delle piaghe del Salvatore. Per via delle sue estasi
e delle stimmate che ogni venerd perdevano sangue in abbondanza - lo
vidi con i miei occhi - mio padre pretese che venisse sottoposta a un'inchiesta
rigorosa da parte del vescovo di Castro; tale prelato, reticente
tanto quanto il papa, us nei suoi confronti molta durezza e asprezza,
ma non scov in lei alcune frode n eresia. L'anno successivo, il grande
inquisitore fra Domenico da Garignano, dell'ordine dei frati Predicatori,
effettu, su richiesta di mio padre, un nuovo esame le cui conclusioni furono
tutte a favore di suor Lucia.
L'atteggiamento di mio padre per le sante vive era dei pi singolari. Diffidente
per natura, era incline a vedere nelle loro visioni solo devote immaginazioni,
e frodi nelle loro estasi e stimmate. Quando poteva, andava
a trovarle sfruttando i suoi viaggi, oppure le faceva venire a
Roma per discuterci di nascosto. Forse sperava di trovare in loro alcune risposte ai suoi
interrogativi e dubbi, la soddisfazione della sua naturale curiosit, o forse
anche sperava, trattandole con rispetto, di allontanare da s il malocchio
o la collera divina, che era un tutt'uno per quell'anima piena delle superstizioni
della sua Spagna natale. Simili interrogativi agitavano lo spirito inquieto
di Cesare, nonostante cercasse di mostrarsi indifferente. In fin dei
conti, ero l'unica a mantenere il sangue freddo davanti alle sante donne,
essendo poco portata alle manifestazioni di devozione ostentata e alle rivelazioni
celesti altre da quelle contenute nelle Scritture e insegnate dal
magistero della Chiesa. E se mi beffavo dell'importanza data da certi signori
- e non dei pi devoti - ad avere nei loro stati una di queste devote
donne nelle quali vedevano le protettrici e garanti del loro potere, non di
meno ammiravo la devozione, la discrezione, l'umilt e la bont di quelle
che conoscevo. Non esitai a confidarmi con queste donne e a raccomandarmi
alle loro preghiere. Mio padre non sentiva il bisogno di farlo, sapeva
gi che pregavano per lui, il papa. Egli esigeva innanzitutto che non intervenissero
in questioni politiche, e, dal momento in cui la loro fama di
santit era ben stabile e duratura, se aveva acquisito la certezza che erano
sincere, mostrava nei loro riguardi un'attenzione carica di rispetto. Era
stato benevolo con suor Colomba e suor Veronica Neuroni, e le rivelazioni
che aveva sentito dalle loro bocche lo avevano emozionato al punto che
era sua intenzione canonizzarle. Entrambe, infatti, gli avevano detto assai
chiaramente che sarebbero morte prima di lui.
Ignorante in cose di questo genere, firmai il verbale della lettura fatta
solennemente a suor Lucia in presenza delle monache e di alcuni testimoni:
Alfonso mi aveva mandata in sua rappresentanza alla cerimonia
poich queste cose lo annoiavano. Ella non aveva pi il diritto di uscire
n di parlare con nessuno al di fuori del confessore che le sarebbe stato
assegnato, le veniva imposta la clausura stretta e la regola del secondo ordine,
il suo parlatorio era definitivamente chiuso, una monaca incaricata
dalla priora doveva sorvegliare ogni sua azione e renderne conto al capitolo.
Durante la lettura di tali condizioni draconiane, il suo viso rimase
imperturbato e non disse una parola fino alla fine, quando rese grazie a
Dio e ringrazi le superiori e la comunit.
Madre Laura Boiardo aveva conosciuto suor Lucia ben prima che
prendesse i voti, e le era altamente devota. Seppe guadagnarmi alla sua
causa impercettibilmente, bench allora fossi assai reticente a causa della
vicinanza che c'era stata fra la mantellata e mio suocero, il duca Ercole:
egli andava spesso a chiederle consiglio. Per un po' di tempo, ero stata
persuasa che ci fosse lei all'origine dell'ostilit dimostratami da mio suocero,
e invece seppi in seguito che, al contrario, non aveva smesso un attimo
di invitarlo a essere mansueto e dolce verso di me, facendogli presente
che ero sua figlia, destinata a diventare la madre dei suoi nipotini.
Dopo aver ricevuto la lettera di suor Lucia, andai a trovarla nel monastero
dove ormai viveva reclusa, disprezzata dalla comunit. In quanto
duchessa, mi venivano aperte le sue porte, inesorabilmente chiuse per
chiunque altro. Pretesi di incontrare da sola la monaca. E non osarono
rifiutarmelo. Mi trovai davanti una donna alta, magra, che il velo nero
rendeva quasi diafana. Nel suo viso straordinariamente giovane, dai lineamenti
delicati, gli occhi di un azzurro intenso sembravano concentrare
tutta la luce della sua persona. Non li rivolse verso terra per finta modestia
o umilt, ma mi diresse uno sguardo limpido. Senza dire una parola,
mi porse le mani attraverso la griglia della clausura e vi abbandonai
le mie mentre scoppiavo in lacrime. Mi lasci piangere, sentivo il calore
delle sue dita sulle mie, la ruvidezza delle bende che coprivano le stimmate.
Poi, dopo essermi ripresa, le chiesi di pregare per il mio piccolo
Rodrigo, per tutti i miei familiari. Sorrise:
Che Vostra Signoria stia in pace, nessuno di coloro che mi  stato affidato
si  perso!.
Rimasi senza parole per l'emozione. Il suo sorriso si fece ancora pi
dolce:
Non  passato un solo giorno in cui non abbia pregato per vostro padre,
il defunto papa, e per tutti quelli della vostra famiglia. Egli si  mostrato
giusto e buono con me, non sar un'ingrata.
Fu lontano dall'essere un santo pontefice!
Ha fatto ci che ha potuto. Dobbiamo saper guardare nei nostri fratelli
il bene che compiono, e vietarci di rivolgere il nostro sguardo alle loro
debolezze.
Parlammo per due ore. Le aprii il mio cuore, mi aiut a considerare la
mia anima e la lasciai pienamente rasserenata. Mi promise che mi avrebbe
scritto di tanto in tanto, per quanto poco le fosse consentito dai suoi
superiori. Non appena rientrai nei miei appartamenti, diedi ordini in tal
senso, appoggiata da mio cognato il cardinale Ippolito. Suor Lucia mi
aveva incoraggiata a entrare in corrispondenza con coloro che le piaceva
chiamare le sue sorelle nella croce, la benedettina Caterina Brugora e la
monaca agostiniana Arcangela Panigarola, vivevano entrambe a Milano:
Che Vostra Signoria si faccia una corte celeste, sull'esempio della sua
corte in questo mondo, in cui si parli di Dio per aiutarsi a parlare con lui.
Mi disse che madre Arcangela aveva costituito attorno a s una cerchia
di anime elette che si riunivano nel convento di Santa Marta, che lei chiamava
L'Oratorio dell'Eterna Sapienza. Suor Lucia mi disse che si trattava
di un seminario di tutte le opere belle di Milano, frequentato dalle
persone pi spirituali e da ogni ordine di monaco. Fu cos che iniziai
uno scambio epistolare con queste due devote monache, i cui consigli e
incoraggiamenti mi furono preziosi. Ritrovai in suor Arcangela l'allegria
e il buon senso di suor Veronica, che era stata sua maestra di vita, e che
un tempo aveva tanto impressionato mio padre.
Da allora ho vissuto come se non fossi pi viva, estranea al mondo e a
me stessa, dolcemente trasportata al di l delle agitazioni del mondo terreno
nel raccoglimento di un dolore che aveva trovato pace. Mi sforzavo
di dare ai miei gesti la spontaneit che avevano perso e alle mie risate la
leggerezza e la freschezza necessarie a non farle suonare come singhiozzi
trattenuti. Da allora i miei figli furono la mia unica consolazione, mi diedero
le pochissime gioie che mi offriva ancora l'esistenza. Riuscivano a
trovare intuitivamente il tono giusto, il silenzio che non pesa, la parola
che distende e libera. Non li ho visti per quanto avrei desiderato, a causa
della rigidit dell'etichetta. Per cui i miei incontri con loro erano altrettante
feste rinnovate, e durante le quali pian piano il tempo sfioriva...

 Capitolo 37.
I miei figli.

(Diario, 13 giugno 1519.)
Ieri pomeriggio sono venuti a trovarmi i miei bambini. Li ha accompagnati
il padre. Sicuramente li aveva preparati a qualche spettacolo funesto
poich si fermarono in silenzio sulla soglia della mia stanza. Mentre
Ercole, il maggiore, stava immobile accanto a mio marito stringendo forte
la mano della sorellina - ha solo quattro anni, quel tesoro, e mi assomiglia
visto che ha i miei boccoli biondi e gli occhi chiari -, il fratellino
Ippolito, pi piccolo di un anno, esit qualche istante e poi venne da me
correndo, mi prese le mani e, fissandomi con aria estasiata, mi disse:
Come siete bella! E come profumate!.
Fu come se avesse dato il segnale perch tutti si avvicinassero al letto e
presto mi vidi circondata, accarezzata, baciata tra le risate e grida di gioia
dei miei piccoli. Mi fecero mille domande e giocavano a chi riusciva a
toccarmi, a divertirsi con i miei capelli sciolti sulle spalle, a mettere il
proprio orecchio sulla mia pancia per sentir muovere il fratellino o la sorellina
che dovevo far nascere. Quello fu per me un momento di allegria
pura. Malgrado le proteste di Alfonso, lo pregai di poggiare sul letto,
proprio accanto a me, l'ultimo nato, Francesco, che teneva in braccio, e
gli dissi in francese per evitare che i bambini capissero:
Morir contenta per avervi dato questi bei figli e lasciandovene un
quinto, se Dio vorr. Guardandoli ogni tanto penserete a me.
Di cosa parlate? Hanno bisogno della loro madre, come me anche loro
aspettano la vostra guarigione!.
Si sforzava di dare alla sua voce un tono deciso e dolce al contempo, ma
notai un lieve tremore. Evitai di rispondere e mi occupai solo dei bambini,
distribuendo carezze e baci, facendo attenzione a non favorire uno al
posto dell'altro, ben sapendo quanto fossero ombrosi e gelosi della mia
tenerezza. Ippolito  il mio preferito perch , insieme, tutto Alfonso e
tutto me. Il maggiore somiglia al padre, Isabella a me e l'ultimo  ancora
troppo piccolo per poter capire a chi somigli fisicamente e caratterialmente.
Per via dei grandi occhi chiari e dei bei capelli neri, credo che in
lui prevalga il sangue degli Aragona, quello della madre di Alfonso.
Abbiamo passato pi di un'ora in questo modo, poi mi vinse la stanchezza,
cui presto venne ad aggiungersi l'impalpabile malinconia dovuta
alla consapevolezza dell'avvicinarsi della rinuncia anche a questa gioia, la
pi legittima: Non ti ho detto, o mio Dio, che voglio sacrificarti la mia
volont?.
Alfonso and a chiamare le inservienti affinch riaccompagnassero i
bambini nei loro appartamenti. Mi sforzai di ridere con loro durante
questi ultimi minuti. Non appena furono usciti, salutandomi con le mani
e mandandomi dei baci, lasciai libero corso alle lacrime. Alfonso torn a
sedersi sul bordo del letto e, con un gesto a lui non abituale, mi cinse le
spalle con il suo braccio e mi accarezz i capelli, senza dire nulla. Mi
asciugai le lacrime:
Vi chiedo perdono per tutti i dispiaceri che ho potuto arrecarvi. Non
era mia intenzione. Le nostre strade si sono incrociate ma non abbiamo
mai avuto la possibilit di incontrarci davvero, troppe sono le persone
che si sono frapposte.
I suoi occhi si inumidirono, non disse nulla. Accarezzai la sua mano e
continuai con voce ferma:
Vi ringrazio dell'affetto e della fiducia di cui mi avete onorata. Sappiate
almeno che non le ho tradite.
Mi sfior la fronte con le labbra e io lo congedai dolcemente:
Credo che abbiate da fare, andate. Io stessa ho bisogno di riposare.
Dovete recuperare le forze. Per i nostri bambini. Ma anche per me.
Riuscii a sorridergli. Si alz pesantemente e lo guardai allontanarsi,
maldestro, smarrito. Chiusi gli occhi sulle mie lacrime.
...
Mio figlio, l'infante Romano, oggi ha venti anni. Nel 1505 era stato affidato
ad Alberto Pio, signore di Carpi, e seguito dai migliori precettori. Un
anno dopo lo feci venire presso di me, a Ferrara. Ne ricevetti solo amarezza
e costernazione. Tanto bello era di corpo e di viso, tanto la sua anima
era ottenebrata dalle passioni; indolente, vanitoso e crudele, si guadagn
ben presto il disprezzo di Alfonso e della corte. Cercavo,
mostrandogli la mia sollecitudine e tenerezza materna, di spingerlo a correggersi, a
educarsi, e per un periodo credetti di esserci riuscita: mi preg di procurargli
un Virgilio e una grammatica latina, mi promise che non avrebbe
pi litigato con paggi e scudieri, disse che voleva occuparsi dei poveri... e
ricadde negli errori di quel sangue che conoscevo fin troppo bene. Neanche
Juanito Garzia, che gli avevo dato come mentore, riusc a raddrizzare
quelle funeste inclinazioni, e mi confid che in lui rivedeva una pallida figura
di mio fratello Cesare - di cui era stato il paggio -, sprovvista di qualsiasi
spirito di gloria. L'anno scorso, finalmente Alfonso lo port con s in
Francia affinch si formasse alla corte del re cavaliere. Di recente ho saputo
che si  fatto canzonare e vilipendere a causa della sua insolenza, e
che  tornato a Roma. Voglia Iddio averne cura, poich io sto morendo e
non posso pi servirlo in nulla se non offrendo me stessa.
Ho trattato come miei i figli di mio fratello Cesare. Luisa, la figlia avuta
da Carlotta d'Albret, si  appena sposata con il signore Louis de La
Trmouille, che tutti dicono essere un valoroso capitano. Alfonso la vide
alla corte di Francia, e mi ha detto che non  affatto bella ma possiede
molta grazia e spirito, pregi dimostrati dalle lettere affettuose che mi invia.
Ho accolto i bastardi di Cesare: sua figlia Camilla fu per un po' di
tempo il pi bell'ornamento della mia corte. Amava la musica e le lettere,
e la feci educare al monastero di San Bernardino, dove si affezion a
madre Laura Boiardo. L ha preso i voti e professa, per rendermi omaggio,
con il nome di suor Lucrezia; le superiore dicono sia una monaca
saggia e devota. Assieme a lei, ha preso i voti la mia cara servitrice mora
Caterinella, che avevo tentato invano di trattenere presso di me:
Madonna, autorizzatemi a diventare monaca! Cosa sar altrimenti di
me? Nessuno vorr sposarmi a causa del colore della mia pelle, e non voglio
diventare l'amante di un gentiluomo....
Le assicurai che le avrei trovato un marito, ma non ne volle sapere:
Non voglio fare la fine della schiava circassa di Lorenzo il Magnifico,
morta per averlo troppo amato!.
Jamila era stata il grande rimorso del Magnifico. Lei gli si era concessa nell'ardore del suo primo amore, e poi si era lasciata morire di dolore quando lui le aveva annunciato il suo matrimonio. Alla fine vinse l'insistenza di Caterinella e la lasciai raggiungere le sorelle di San Bernardino,
presso le quali  molto felice; la chiamano con affetto suor Moretta.
Quanto a Girolamo, il figlio di Cesare, attualmente  al servizio di mio marito, che ne  tanto soddisfatto quanto fu scontento dell'infante Romano.
Mia madre lo aveva tenuto a lungo presso di s, occupandosene
con sollecitudine. Sentendo venire meno le sue forze, mi scrisse chiedendomi di provvedere alla cura dell'educazione del ragazzo: Lo alleverete come un paggio della vostra Illustre Casa.
Aveva riversato su di lui tutto l'affetto e la tenerezza di cui era invece
stata assai parca con noi.  pur vero che la natura di questo bambino 
delle pi felici, Alfonso ci si affezion in maniera proporzionalmente inversa
all'avversione che nutriva per l'infante Romano. Lo diede come
compagno di giochi e studi a nostro figlio Ercole prima di prenderlo al
suo servizio in qualit di paggio. Vannozza ne fu rassicurata. Negli ultimi
anni di vita, che furono tristi e solitari, si adagi nella fede, dedicandosi
alla cura dei malati e alle opere pie, facendo generose donazioni alla
Confraternita del Gonfalone e consacrando i suoi gioielli alla decorazione
del tabernacolo d'oro e d'argento con cui papa Leone decimo orn l'altare
maggiore della basilica di San Giovanni in Laterano; per cui, alla sua
morte, avvenuta il 28 dicembre dello scorso anno, le rese pubblico omaggio
lodandone la virt, la generosit e la piet. Accolsi la triste notizia
con indifferenza, senza sentire grande dolore, anche se mi immalinconii
al pensiero del tempo che scorreva, inesorabile. Avevo provato una pena
maggiore quando il cardinale Ippolito, meno di un mese prima della
scomparsa del mio piccolo Rodrigo, mi aveva informata della morte di
madonna Imperia, la pi bella cortigiana di Roma, alla quale avevo dato
il nome. Questa giovane donna cui tutto sorrideva, che possedeva pi
gioielli, vestiti e vasellame di me o di mia cognata Isabella, che aveva la
devozione degli uomini pi nobili e distinti della Citt, era divorata dalla
passione disperata per il nobile Angelo del Bufalo: questi non andava
d'accordo con la moglie, e avrebbe voluto annullare l'unione per risposarsi
con Imperia, ma il papa non volle dare il suo consenso poich la
moglie era la sorella del ricco e potente cardinale De Cuppis. Vedendo le
sue speranze svanire, e dopo avere peraltro saputo che il papa aveva ordinato
ad Angelo del Bufalo di rompere il legame con lei, Imperia diede
una cena per i suoi amici intimi al termine della quale bevve un calice di
veleno. Pietro Bembo, che partecip a quella cena con il giovane Raffaello,
mi scrisse le circostanze della morte: l'agonia dur due giorni, rimase
perfettamente lucida, parlando con chi
le era accanto della sua morte come se si trattasse di una passeggiata piacevole, i medici non furono in
grado di trovare un antidoto. Il 15 agosto 1512 mor in pace, senza rimpianti
diceva lei, come una regina, in piedi, perfino nella morte. A furia
di istanze e suppliche, i suoi amici pi cari avevano strappato al papa
la concessione di un'ultima benedizione e assoluzione.
...
Dopo la morte di mio figlio Rodrigo, andavo a messa tutti i giorni e mi
confessavo ogni settimana prima di fare la comunione. Entrata nell'ordine
della penitenza del nostro serafico padre san Francesco di Assisi, mi
sforzavo di mostrarmene degna, e coinvolsi Francesco Gonzaga: Desidero,
quanto la notizia della mia propria salvezza, apprendere che Vostra
Signoria si rigenera come un buon figlio di san Francesco, come mi sforzo
io stessa, bench indegna. ,
Francesco fu sensibile a questa lettera che gli indirizzai dopo lo scambio
di tanti teneri biglietti. Per mia somma gioia, presto entr nel terzo
ordine e ci  stata per lui una consolazione quando, abbattuto dal mal
francese di cui fino ad allora aveva superato le crisi pi violente, si 
spento dolcemente, solo due mesi fa. Isabella non pianse molto, era da
molto tempo che si era abituata al loro disamore, bench non lo disprezzasse.
Tuttavia, come di un fiore dischiusosi troppo presto e che subito
ha perduto i petali, dopo aver esalato un profumo tanto inebriante quanto
effimero, lei conservava il ricordo dei loro amori mentre erano ancora
giovani, appena fidanzati. Ma lei si era chiusa nel suo orgoglio e poco a
poco lo aveva respinto per concedere la sua tenerezza solo al figlio Federico.
Dopo la morte di Francesco, si  fatta affidare la reggenza degli stati,
che continua a esercitare con avidit non dissimulata.
Sicuramente non ho n l'ambizione n l'ardore politico di mia cognata
e se non sono divorata come lei dalla passione per la conduzione degli affari
di stato - non  piuttosto il compito di mio marito? - mi sono tuttavia
impegnata, con serenit, nell'adempimento degli obblighi relativi alla
mia posizione e mi sono dedicata, con calma, ai doveri del mio rango.
Dalla morte di mio figlio Rodrigo, mi sono interamente immersa nel mio
ruolo di duchessa sovrana di Ferrara, lasciando intatta e riposta nel mio
intimo la tenerezza nutrita per i miei figli. Ho avuto molta cura nel fare
della mia corte un luogo di pace e di gioia, a conferirle il lustro necessario
a far risplendere, in tutta Europa, la fama della nostra casata, a non
allontanarla dai sudditi in modo che questi potessero trovare nei loro sovrani
e signori dei buoni maestri attenti alle loro necessit, sensibili ai loro
disagi. Ci sono riuscita? Non lo so, ma almeno ci ho provato.
...
Ho voluto scrivere tutte queste cose affinch i miei figli, leggendole pi
tardi, imparino a conoscermi meglio, a capire che non sono affatto colei
che qualcuno non mancher di descrivere nei termini pi cupi. Racconto
senza abbellimenti, per come si sono svolti i fatti. E forse un bisogno di
giustificazione? Sicuramente no, ma conosco troppo la malizia degli uomini
e i disastri che pu causare la calunnia, soprattutto su dei cuori innocenti.
Con queste pagine non intendo riabilitare la mia memoria, voglio
semplicemente preservare l'immagine che i miei figli e mia figlia
hanno avuto ieri di me, quando sono venuti a trovarmi e abbracciarmi
per l'ultima volta. La tenerezza che nutro per loro mi spingerebbe a farli
venire presso di me ogni giorno, ma il mio amore deve essere pi forte, 
mio dovere preservarli dallo spettacolo della lenta distruzione del mio
corpo, del mio decadimento. Ho deciso, bench il cuore sanguini per
questo, che non li rivedr pi su questa terra.

 Capitolo 38.
 giunta l'ora di andare...

(Diario, 21 giugno 1519.)
 giunta l'ora di andare. Ogni timore  svanito, sparito per sempre, godo
di una pace indescrivibile. Una settimana fa mi  nata una bambina che abbiamo
chiamato Isabella-Maria, l'ho chiesto come segno della mia totale riconciliazione
con mia cognata. L'ho appena intravista, prima che venisse
affidata alle nutrici, piccola e fragile nelle sue fasce di merletto, le manine
minuscole schiacciate contro gli occhi, come per preservarsi dallo sguardo
del mondo, come se gi temesse di dover vivere. Non mi hanno detto nulla,
ma so che la mia bambina  morta poco dopo la nascita. Per piangere
ho aspettato la sera in modo che nessuno mi vedesse.
Poi mi  venuta la febbre delle puerpere, spossante. Per tre giorni non ho
smesso un attimo di tremare, alternativamente gelata da un freddo interiore
e bagnata di sudore. I seni gonfi di latte cattivo mi facevano male. Pesanti,
diventati assai pesanti, i miei capelli impeciati dal sudore tiravano indietro
la mia povera testa come se fossero pieni di perle grosse quanto piselli
e pettini di madreperla tempestati di pietre preziose. Chiesi che me li
tagliassero. Con mano malferma, madonna Eleonora Pico tagli, uno a
uno, a colpi di forbice i miei lunghi boccoli, che avevano perso la loro brillantezza,
e pensai allora alle suore di clausura che il giorno della professione,
offrono a Dio il sacrificio della loro chioma. Vollero poi ricoprirmi la
testa, quasi rasata, con un velo di linone sottile, di cui per non riuscii a tollerare
neanche la leggerezza: un dolore folgorante mi scoppi tra le tempie
proprio al di sopra degli occhi socchiusi, il sangue fuoriusc in abbondanza
dalle mie narici. Persi l'orientamento, e di colpo tutto divenne notte e silenzio.
Volevo oppormi, credetti di sentirmi urlare. In realt, me lo hanno
raccontato ieri, fui in grado di emettere solo un mormorio indecifrabile
che si arrest con un sospiro. Lo sforzo fu tale che poi tacqui, raccolta nella
calma della morte che mi avvolgeva e in cui, tuttavia, mi sentivo pi viva
che mai. Non percepivo pi nulla e tutto mi sembr durare un'eternit.
All'improvviso, in un'esplosione di oro e porpora vidi aprirsi davanti a
me un viale di luce, simile a quegli impalpabili varchi che i raggi del tramonto
si aprono tra le foghe del sottobosco o tra le nuvole. Una melodia
pi leggera di un soffio faceva vibrare appena l'aria divenuta cristallina
sotto l'effetto di una brezza impercettibile che sollevava volute di sottili
fragranze di vaniglia e rosa moscata. Allora, dal profondo della mia cecit,
scorsi in questo sfavillio che poco a poco si ordinava in un'armonia di
chiarore, profumi e musica, i volti gentili e sorridenti di coloro che mi
avevano preceduta. Gli passai davanti rispondendo ai loro sorrisi, mentre
uno slancio delizioso mi trasportava verso una luce abbagliante e al
contempo dolce ai miei occhi davanti alla quale stava Alfonso, il mio bel
marito, e nostro figlio, e la loro vista fece esplodere una straordinaria allegria
nel mio cuore. Il chiarore si apr, lasciando apparire una Sovrana
dalla bellezza celestiale dal viso colmo di benevolenza, scortata da un
gruppo di vergini. Dietro la Madonna e sopra di lei, come avvolta dai
raggi del sole, mi attirava prepotentemente una luce ancora pi pura, incomparabile,
che riuniva in s i colori dell'arcobaleno. Volli tendere le
braccia, e, per aver semplicemente accennato questo gesto, tale radiosa
visione termin.
Mi ritrovai coricata sul mio letto, circondata da visi preoccupati tutti
tesi verso di me, nel chiarore di questo inizio d'estate che mi parve assai
smorto. Li ho guardati con una tenerezza nuova, che mi era fino ad allora
sconosciuta, ma senza sentire il bisogno o il desiderio di restare con loro.
Ero appagata, certa di avere precorso e contemplato i gironi del purgatorio
e del paradiso, pi belli di come li ha descritti Dante, e avevo gli
occhi inondati di lacrime serene per un eccesso di gioia. Nessuna parola
umana  in grado di descriverla. Mi ricordo nei pi infimi dettagli di questa
consolante visione. Sono pronta a morire, l'ho detto: Sono di Dio
per sempre. Tuttavia tutti credono che una volta superata la malattia, rimarr
su questa terra. Ma cosa ci farei, ora che tutto il mio dolore e le
mie lacrime si sono trasformate in pace e risate?

 Epilogo.

All'alba del 23 giugno 1519, il duca Alfonso d'Este mi fece chiamare a
palazzo: La poveretta muore, mi disse il suo corriere. Mi recai senza
fretta al capezzale della duchessa, che avevo lasciato la sera precedente
tutta arzilla, dopo che aveva mangiato un brodo di pollo. Madonna Lucrezia
aveva perduto la vista e non sentiva pi. Suo marito le teneva la
mano, che copriva di lacrime, e mi assicur, in seguito, che ogni tanto lei
gliela stringeva dolcemente con le dita, e che ci gli aveva procurato una
dolce gioia nel dolore che provava in quel momento. Posso crederlo con
facilit poich ho io stesso preso la mano della morente per tracciare con
le dita sul suo palmo, il segno consolatorio della croce, e in quel momento
ho sentito chiaramente che le sue dita si piegavano sulle mie. Di sicuro
era in pace dato che, la sera precedente, avevo ricevuto la sua confessione
e le avevo impartito la consolazione degli ultimi sacramenti, dopo
che ebbe firmato il testamento.
Restammo accanto a lei, allontanandoci solo per la sacra messa. Il signor
duca mi aveva pregato di non andare lontano, volle che celebrassi
nella cappella palatina e ascolt con devozione. L'intera giornata trascorse
nel silenzio e nella preghiera, inondata dal sole dei primi giorni d'estate.
Il signor duca fece venire i figli, che si meravigliarono di vedere la madre
cos fresca e bella nel suo sonno dato che avevano detto loro che stava
morendo. Le coprirono le mani e la fronte di baci e poi si ritirarono.
La giornata successiva trascorse allo stesso modo, il signor duca aveva
passato la notte al capezzale della moglie. Non ci fu agonia, e verso sera
scivol dolcemente nella morte, con un sorriso sulle labbra. Dovemmo
avvicinare uno specchio alla sua bocca per esserne sicuri. All'annuncio
della sua morte, tutta la citt cadde nell'afflizione e prese il lutto, i poveri
si sparpagliarono per le strade, gridando ovunque che non avevano
pi madre, e tutti piansero la nostra signora tanto rimpianta.
La prima persona che Alfonso avrebbe dovuto mettere al corrente del decesso
della moglie, era sua sorella, la marchesa dotaria di Mantova. Ma consapevole
dell'inimicizia che questa aveva nutrito verso madonna Lucrezia,
prefer informarla tramite il figlio Federico, e le indirizz queste righe:
A quest'ora il Signore Dio nostro ha voluto richiamare a s l'anima dell'illustrissima
duchessa, Nostra moglie beneamata. Non potrei omettere di
farne partecipe Vostra Eccellenza, in ragione della nostra
reciproca amicizia, che mi
porta a credere che la felicit e il dolore dell'uno colpiscano allo stesso modo
l'altro. Non posso scrivere queste righe senza piangere, tanto mi  doloroso il
vedermi separato da una cos cara e dolce compagna, poich per me lo era con
la sua virt e con la tenerezza che ci univa.
Poi mi preg di prendere e custodire con discrezione diversi foglietti
sistemati con cura in un cofanetto: Sono gli ultimi scritti della duchessa.
Le appartenevano e spettano a voi, che siete stato il suo confessore. Ve li
consegno senza timore, certo che ne farete un uso conforme alla volont
della mia carissima defunta sposa.
Io, fra Lodovico della Torre, indegno figlio del serafico Padre Francesco,
ho scritto queste righe il 29 giugno 1519, festa dei santi Apostoli, dopo
aver preso conoscenza del Diario di madonna Lucrezia Borgia, duchessa
di Ferrara, attualmente sepolta nella nostra chiesa del Corpus Domini
della suddetta citt di Ferrara ed essendo stata, conformemente alla
sua richiesta, sepolta con santo abito del nostro ordine.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
...
I miei ringraziamenti vanno in primo luogo a Danielle Noel, che con
pazienza ha riletto questo libro, dispensandomi consigli preziosi e spingendomi, con senso dell'umorismo, a interrogarmi sui miei sentimenti per Lucrezia. Grazie anche a Renaud e Dominque de Courcelles, a Emmanuel Perret e a Nina Barnier, a Elyane Casalinga: in occasione di un'indimenticabile cena di mezzanotte all'italiana, mi hanno fatto la cortesia di interessarsi con passione alla mia cara madonna Lucrezia e di stimolarmi a continuare nella stesura del suo Diario.
...
Dramatis personae.
...
Lucrezia Borgia (1480-1519), figlia del cardinale Rodrigo Borgia, il futuro papa Alessandro sesto, e di Vannozza de' Cattanei, la sua amante. Sposa nel 1493 Giovanni Sforza, conte di Pesaro - divorziano nel 1497. Sposa nel 1498 Alfonso di Aragona, duca di Bisceglie (m. 1500). Sposa nel 1502 Alfonso d'Este, duca di Ferrara.
...
I Borgia.
Rodrigo Borgia (1432-1503), cardinale, divenuto papa nel 1492 con il nomedi Alessandro sesto.
Vannozza de' Cattanei (1442-1518), amante di Alessandro sesto, quando era cardinale.
Giovanni Borgia, duca di Gandia (1476-1497), figlio di
Alessandro sesto e Vannozza de' Cattanei (assassinato dal fratello Cesare).
Sposa nel 1496 Maria Enriquez di Aragona.
Cesare Borgia, duca di Valentinois (1475-1507), figlio di Alessandro sesto e di Vannozza de' Cattanei. Chiamato comunemente il Valentino,  Il Principe del Machiavelli.
Sposa nel 1499 Carlotta d'Albret, da cui ha una figlia, Luisa.
Jofr Borgia, principe di Squillace (1481-1516?), figlio [di Alessandro sesto? e di] Vannozza de' Cattanei.
Sposa nel 1494 Sancia di Aragona (m. 1507).
Sposa nel 1508 Maria de Mila.
Giovanni Borgia (1447-1503), nipote di Alessandro sesto, arcivescovo di Monreale, cardinale.
Giovanni Borgia (1470-1500), il Giovane, nipote del precedente, cardinale.
Francisco Borgia (1441-1451), cugino di Alessandro sesto, arcivescovo di Cosenza,
cardinale.
Pedro Luis Borgia (1447/8-1511), nipote di Alessandro sesto, arcivescovo di Valenza, cardinale.
Adriana de Mila (1455-1508?), cugina di Alessandro sesto.
Sposa nel 1473 Lodovico Orsini, signore di Bassanello (m. 1489).
Angela Borgia (c.a 1585?), sorella del cardinale Giovanni Borgia il Giovane.
Sposa nel 1506 Alessandro Pio, signore di Sassuolo.

Gli Sforza, duchi di Milano.
Galeazzo Maria Sforza (1444-1476), duca di Milano.
Sposa Bona di Savoia.
Gian Galeazzo secondo Sforza (1469-1494), figlio di Galeazzo Maria e di Bona di Savoia.
Sposa Isabella di Aragona, principessa di Napoli (1470-1524).
Bianca Maria Sforza (1472-1510), figlia di Galeazzo Maria e di Bona di Savoia.
Sposa Massimiliano I, imperatore dei Romani (1459-1519).
Caterina Sforza, dama di Forl (1463-1509), figlia illegittima di Galeazzo Maria.
Sposa nel 1473 Girolamo Riario, figlio del papa signore di Forl e Imola.
Sposa nel 1489 Giacomo Feo.
Sposa nel 1497 Giovanni de' Medici.
Lodovico Sforza, Ludovico il Moro (1452-1508), fratello di Galeazzo Maria.
Sposa nel 1491 Beatrice d'Este (1475-1497).
Ascanio Sforza, cardinale (1455-1505), fratello di Galeazzo Maria.
Giovanni Sforza (1466-1510), cugino di Ludovico il Moro e del cardinale
Ascanio, conte di Pesaro.
Sposa nel 1487 Maddalena Gonzaga (1472-1490).
Sposa nel 1493 Lucrezia Borgia (matrimonio annullato nel 1498).

Gli Aragona, re di Napoli.
Ferrante, re di Napoli (1423-1494).
Eleonora di Aragona (1450-1493), figlia di Ferrante.
Sposa Ercole d'Este, duca di Ferrara (1431-1505).
Alfonso secondo di Aragona, re di Napoli (1448-1495), figlio di Ferrante.
Isabella di Aragona (1470-1524), duchessa di Bari, figlia di Alfonso secondo.
Sposa nel 1489 Gian Galeazzo Sforza.
Ferrandino di Aragona, re di Napoli (1457-1496), figlio di Alfonso secondo.
Alfonso di Aragona, duca di Bisceglie (1481-1500), figlio illegittimo di Alfonso secondo (assassinato per ordine di Cesare Borgia).
Sposa nel 1498 Lucrezia Borgia.
Sancia di Aragona (1478-1506), figlia illegittima di Alfonso secondo, sorella del precedente.
Sposa nel 1494 Jofr Borgia, principe di Squillace.
Federico di Aragona, re di Napoli (1452-1504), figlio di Ferrante e fratello di Alfonso secondo.
Carlotta di Aragona (m. 1506), figlia di Federico, fidanzata di Cesare Borgia.

Gli Este, duchi di Ferrara.
Ercole I d'Este (1431-1505), duca di Ferrara.
Sposa nel 1472 Eleonora di Aragona (m. 1493).
Isabella d'Este (1474-1539), figlia di Ercole I.
Sposa nel 1490 Francesco Gonzaga, marchese di Mantova (m. 1519).
Beatrice d'Este (1475-1497), figlia di Ercole I.
Sposa nel 1491 Ludovico Sforza (il Moro), reggente e poi duca di Milano.
Alfonso primo d'Este, duca di Ferrara (1476-1534), figlio di Ercole primo.
Sposa nel 1502 Lucrezia Borgia.
Ferrante d'Este (1477-1540), figlio di Ercole primo.
Ippolito d'Este, cardinale (1478-1520), figlio di Ercole primo.
Sigismondo d'Este (1480-1524), figlio di Ercole primo.
Giulio d'Este (1478-1561), figlio illegittimo di Ercole primo.
 I Gonzaga, marchesi di Mantova.
Francesco secondo di Gonzaga (1466-1519), marchese di Mantova.
Sposa nel 1490 Isabella d'Este (m. 1539).
Sigismondo di Gonzaga, cardinale (1467-1527), fratello di Francesco secondo.
Clara di Gonzaga (1469-1523), sorella di Francesco secondo.
Sposa Gilberto di Montpensier.
Maddalena di Gonzaga (1470-1490), sorella di Francesco secondo.
Sposa nel 1487 Giovanni Sforza, conte di Pesaro.
Elisabetta di Gonzaga (1471-1526), sorella di Francesco secondo.
Sposa Guidobaldo di Montefeltro, duca di Urbino.

Gli Orsini.
Lodovico Orsini de' Migliorati, signore di Bassanello.
Sposa Adriana de Mila, cugina di Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro sesto.
Orsino Orsini, signore di Bassanello, figlio di Lodovico e Adriana.
Sposa Giulia Farnese.
(Tutti gli altri Orsini menzionati da Lucrezia sono cugini pi o meno stretti di
Lodovico e del figlio Orsino: la famiglia Orsini all'epoca era assai ramificata e
possedeva feudi e beni non solo nelle vicinanze di Roma - numerosi Orsini erano
baroni romani - ma anche nel Regno di Napoli, il che spiega la complessit
delle loro alleanze politiche... e matrimoniali).
Virginio Orsini, signore di Bracciano (m. 1497, avvelenato da Cesare Borgia).
Giangiordano Orsini (m. 1517), figlio di Virginio.
Paolo Orsini (m. 1503), signore di Palombara, cugino di Virginio, ucciso per ordine di Cesare Borgia.
Fabio Orsini, signore di Palombara (m. 1503), figlio di Paolo Orsini.
Sposa Geronima Borgia, cugina di Lucrezia Borgia.
Francesco Orsini, signore di Gravina (m. 1503), cugino di Virginio e di Paolo, ucciso per ordine di Cesare Borgia.
Giambattista Orsini, cardinale (m. 1503), cugino dei precedenti, avvelenato per ordine di Alessandro sesto.
Niccol Orsini, conte di Pitigliano e capitano generale della Chiesa (m. 1517), cugino dei precedenti.
Lella (Isabella) Orsini, figlia di Niccol Orsini (m. c.a 1501).
Sposa Angelo Farnese (m. 1494), fratello della bella Giulia.

Le sante vive.
Veronica Negroni (1445-1497), di Binasco, agostiniana a Milano.
Colomba da Rieti (1467-1501), terziaria domenicana, amica dei Baglioni di Perugia.
Maddalena Panettieri (1443-1503), terziaria domenicana.
Osanna Andreasi (1449-1505), terziaria domenicana, amica e consigliera dei Gonzaga.
(Camilla) Battista Varano (m. 1527), clarissa.
Stefania Quinzani (1457-1530), terziaria domenicana, amica di Lucrezia Borgia.
Suor Lucia: Lucia de' Brocadelli (1476-1544), domenicana a Ferrara.
Caterina Brugora (1489-1529), monaca benedettina, corrispondente di Lucrezia Borgia.
Laura Mignani (1475-1525), monaca agostiniana, corrispondente di Lucrezia Borgia.
Le suddette sante vive sono state tutte beatificate tranne Caterina Brugora e Laura Mignani.

Qualche altro...
Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), il principe degli umanisti.
Angelo Ambrogini, detto Il Poliziano (1454-1494), umanista, filosofo e poeta.
Girolamo Savonarola (fra Girolamo Savonarola, 1452-1498), riformatore domenicano.
Ercole Strozzi (1471-1508), poeta, umanista, confidente di Lucrezia Borgia.
Josquin des Prs (c.a 1440-1521/24), musicista francese, maestro della cappella ducale di Ferrara dal 1502 al 1505.
Pierre Terrail, signore di Baiardo (1476-1524), il cavaliere senza paura e senza macchia, ammiratore di Lucrezia Borgia.
Niccol Machiavelli (1469-1527), umanista, uomo politico e filosofo.
Lodovico Ariosto, detto l'Ariosto (1474-1533), poeta, protetto di Lucrezia Borgia.
Didier Erasme (1469-1536), umanista olandese, amico di Pietro Bembo.
Pietro Bembo (1470-1547), umanista, amico di Lucrezia Borgia, successivamente cardinale.
Tiziano Vecellio, detto Tiziano (1488-1576), pittore, protetto di Lucrezia Borgia.

I sovrani d'Europa.

In Francia.
Carlo ottavo (1470-1498), figlio di Luigi undicesimo.
Sposa nel 1491 Anna di Bretagna (1477-1514).
Luigi dodicesimo (1462-1515), cugino di Carlo ottavo, re dal 1498.
Sposa (santa) Giovanna di Francia (m. 1505), figlia di Luigi undicesimo e sorella di Carlo ottavo, matrimonio annullato nel 1498.
Sposa nel 1499 Anna di Bretagna, vedova di Carlo ottavo.
Francesco primo (1494-1547), re nel 1515.
Sposa nel 1515 Claudia di Francia, figlia di Luigi dodicesimo.

in Spagna.
Ferdinando (1452-1516), re d'Aragona, poi re di Napoli dal 1504.
Isabella (1451-1504), regina di Castiglia, moglie di Ferdinando di Aragona.
I sovrani spagnoli si autoproclamarono Re cattolici, titolo confermato da papa
Alessandro sesto.
Giovanna la Pazza (1479-1555), figlia dei precedenti, regina di Castiglia.
Dal suo matrimonio con l'arciduca Filippo il Bello (1478-1506)
nacque Carlo quinto (1500-1558) che, alla morte del nonno materno Ferdinando di Aragona, un le corone di Castiglia, di Aragona e di Napoli, e che, nel 1519, viene eletto imperatore dei Romani come successore del nonno paterno Massimiliano primo.
Nell'Impero Massimiliano primo (1459-1519).
Sposa in seconde nozze Bianca Maria Sforza, nipote di Ludovico il Moro.
Carlo quinto (1500-1558).
Nipote di Massimiliano primo, imperatore nel 1519.

I papi.
Alessandro sesto (1432-1503), papa dal 1492 al 1503 [Rodrigo Borgia].
Giulio secondo (1443-1513), papa dal 1503 al 1513 [Giuliano della Rovere].
Leone decimo (1475-1521), papa dal 1513 al 1521 [Giovanni de' Medici].
...
.
...
FINE.